È iniziato tutto in un bar del centro di Milano, dove Riccardo Albini trascorreva la pausa pranzo sul finire degli anni Ottanta. Oggi quello stanzone di via Ausonio, alle spalle del carcere di San Vittore, è diventato un negozio di manicure e pedicure. Ma se siete interisti sfegatati e vi è capitato di esultare a un gol di Paulo Dybala, quando passate lì davanti fermatevi un attimo. Perché su uno di quei tavolini che non ci sono più è nato un gioco che invece esiste eccome. E ha realizzato il sogno di un Paese dove si contano milioni di allenatori: dar loro una squadra da gestire. Giugno 1988, gli Europei sono alle porte, Albini crede sia arrivato il momento di testare il Fantacalcio, elaborato nei ritagli di tempo durante i tre anni precedenti. Da quando, durante una fiera di videogiochi a Chicago, si era imbattuto in un libro sulle regole di un fantasy game legato al football americano. Con lui ai tavoli del bar “Goccia d’oro” ci sono sette amici, più o meno gli stessi con i quali ancora oggi condivide la sua fantalega. È la prima asta che si ricordi. Si divertono, molto. Decidono quindi di ritrovarsi prima dell’inizio del campionato per replicare.

Da un bar milanese a un successo che non conosce crisi. Albini, quando il Fantacalcio è uscito da quelle quattro mura?
Due anni dopo. Pensammo di confezionare un libro nel quale spiegavamo le regole del gioco. Si chiamava Serie A – Fantacalcio. Era il 1990. Vennero stampate 10mila copie e ne vendemmo un quarto. A livello editoriale fu un bagno di sangue ma i numeri parlano chiaro: quell’anno circa 15mila persone divennero fantallenatori.

E quindi quando arrivò la svolta?
È stato un processo progressivo. Andammo in Gazzetta per chiedere se si poteva fare qualcosa insieme, ma non esisteva una tecnologia capace di supportare il gioco. In via Solferino iniziarono però a dover gestire un problema: ricevevano centinaia di chiamate di appassionati arrabbiati perché magari era saltato il voto di un giocatore. Nel frattempo, siccome molti di coloro che avevano acquistato il libro ci scrivevano o telefonavano, riprovammo a venderlo. E pian piano si impose.

Fino all’accordo con la Gazzetta.
Lo stringemmo nel 1994. Riuscimmo a trovare un metodo ed elaborammo la versione “gran premio”, mentre fino ad allora si giocava solo a “scontri diretti”. Parteciparono 70mila squadre. Loro pensavano che sarebbe stato un successo averne diecimila. Se avessimo inserito nell’accordo un bonus economico per ogni squadra iscritta oltre quella soglia, oggi sarei milionario.

Ma come? Non avete monetizzato?
Sì, ma appunto non sono diventato un milionario. Incassammo con il libro e con la vendita del marchio al Gruppo Espresso.

Quando ha concepito il Fantacalcio pensò che sarebbe potuto diventare così popolare?
No, anche perché negli Stati Uniti la versione applicata al football americano non lo era. Non nacque con l’idea di far soldi ma per giocare. Immaginai che avrebbe divertito, visto che ruotava attorno al calcio, ma tanto per intenderci non avevamo un modello di business.

Quanto il Fantacalcio che conosciamo oggi è simile a quello che aveva elaborato nel 1988?
L’impianto è praticamente identico. Sono fiero di quelle regole. Qualunque fantasy di quel periodo non prevedeva gli scontri diretti.

E lei quanti campionati ha vinto?
Cinque in 28 stagioni. Uno l’ho perso per una stupidata.

Ce la racconti…
Avevo Shevchenko. Lo comprai appena arrivato, a 45. Mi fece vincere due scudetti di fila. Il terzo anno avrei potuto confermarlo. Decisi invece di tagliarlo perché la stagione precedente non aveva giocato benissimo e quindi speravo di riacquistarlo a una cifra inferiore. Invece il giorno prima dell’asta segnò una doppietta e il suo prezzo schizzò.

La sua formazione ideale?
Gioco sempre con il 3-5-2. Con buoni centrocampisti si riescono a guadagnare quei due, tre punti che fanno la differenza.

E il 3-4-3 tanto in voga tra i fantallenatori?
Nella nostra lega è stato bandito a lungo. Trovo che dia troppo peso agli attacchi e ai centrocampisti offensivi. Un bravo allenatore deve invece saper bilanciare le sue scelte. E poi omologa le formazioni: quando è ammesso, lo usano tutti.

Il giocatore che le ha dato maggiori soddisfazioni?
Oltre a Shevchenko, ricordo ottime annate di Hamsik ai tempi di Mazzari e una splendida stagione di Cuadrado con la maglia del Lecce.

L’asta è il momento chiave del gioco. Esiste qualche ‘segreto’?
Bisogna portare avanti quello che ci si è prefissati nella settimana precedente, da dedicare allo studio. È essenziale non farsi prendere dalle “illuminazioni” del momento, che poi in realtà hanno un nome ben preciso se vanno a buon fine: colpi di fortuna. E poi guai a essere tifosi: niente di più sbagliato che acquistare molti giocatori della propria squadra del cuore.

Albini, un’ultima domanda: è cosciente di aver mandato alle stelle alcune persone e rovinato migliaia di domeniche ad altre?
Lo so bene. Ma il Fantacalcio è servito anche ad aumentare le conoscenze medie di ciò che accade in Serie A. Prima molti leggevano solo le cronache delle grandi squadre, ora devi conoscere anche le piccole per comprendere come giocano tutti i calciatori. Ci saranno sicuramente state alcune amicizie rotte per un giocatore rubato o un gol all’ultimo minuto, ma tante altre si tengono in piedi, magari a distanza, proprio grazie al Fantacalcio. Rappresenta un ottimo pretesto per sentirsi ogni settimana e stare insieme almeno una volta all’anno. È un social network nato molto prima dei social network.

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