rafÈ solo alla fine di una lunga chiacchierata che Raffaele Riefoli, in arte Raf, confida che ha voluto scrivere il brano Sono io, che dà il titolo al suo ultimo album e all’ultima tournée, “perché mi sono accorto che negli anni, per molti, Raf vuol dire Il Battito animale, mentre nella migliore delle ipotesi, Ti pretendo o Sei la più bella del mondo. Canzoni tormentone che hanno avuto successo in radio, certo, ma in questo modo finisci per essere conosciuto solo per una parte di quello che fai”.

A trent’anni di distanza dal suo primo successo, Self Control, Raf ripercorre a ritroso la sua carriera e ne esce fuori un ritratto inedito: “Provo grande amore per la musica ma non sono un buon manager di me stesso, non sono bravo nel marketing, cosa che all’epoca dei talent, i giovani sanno fare bene. Sento di dover migliorare il mio rapporto con i fan, e almeno in questo sono aiutato dai social network, in una delle poche cose buone che offrono: avere un rapporto diretto con i fan. L’idea di duettare durante i miei concerti con uno scelto a sorte nasce proprio da questo”.

La sua biografia artistica parte da Firenze, ma in realtà lei ha cominciato a suonare sin da giovanissimo nella sua Puglia.
Quando sono arrivato a Firenze venivo da un periodo rock progressive, in Puglia militavo in una band di capelloni, i Paneblu, una roba a metà strada tra Pink Floyd e Gentle Giant. All’epoca, 14enne, suonavo l’organo hammond e avevo una predisposizione per i sintetizzatori. Un amore che poi è continuato negli anni a venire con l’elettropop. Con i Paneblu suonai a Vasto nella manifestazione ‘Vastock’, che un po’ richiamava la Woodstock leggendaria. C’erano anche gli Area, i Biglietto per l’inferno, il Rovescio della Medaglia. Band cult. Ma una volta a Firenze, a 17 anni, ho messo da parte il rock progressivo, che iniziava anche ad annoiarmi e mi tuffai nel Punk di cui c’erano i primi sentori provenienti da Londra.

Per quale motivo si trasferì a Firenze?
Feci tutto per una ragazza di cui mi ero innamorato perdutamente. Ero iscritto al quarto anno di istituto d’arte e i miei genitori non capivano la mia esigenza di trasferirmi. Del resto si va via di casa per andare all’università: la ragazza fu un po’ la molla, in verità all’epoca cercavo gente con la quale confrontarmi musicalmente, avere uno scambio di idee e di vedute.

A Firenze il suo destino incrocia quello del futuro Litfiba, Ghigo Renzulli.
All’epoca Ghigo era una chitarrista country-rock. Lo conobbi su Ponte Vecchio in mezzo a fricchettoni e collanine mentre racimolava qualche moneta in veste di busker. Mentre io per arrotondare dipingevo quadretti e facevo orecchini in rame che vendevo esponendoli su un tappetino. Lo conobbi lì, mentre suonava canzoni di Crosby, Still e Nash.

Insieme decideste di fondare una band, i Café Caracas.
Quando Ghigo prese la cantina in via dei Bardi come si usava fare all’epoca per suonare indisturbato, una volta terminati i lavori di ristrutturazione gli proposi: ‘Perché non facciamo insieme qualcosa meno country, magari rock…’. Così iniziai a fargli ascoltare tutte quelle cose che provenivano da Londra, a partire dai Damned, i Clash e i primi Police. Con Ghigo iniziai a buttar giù cose che avevano a che fare più col punk e la new wave che con il country. In seguito ingaggiammo un batterista che non era precisissimo ma aveva una grinta pazzesca, Renzo Franchi. E formammo il trio Café Caracas.

Come mai sceglieste questo nome?
All’epoca vivevo in via Maggio dove c’era un bar che aveva chiuso, il Café Caracas. Rubai l’insegna del bar e la piazzai in casa mia: appena entravi nell’appartamento eri accolto da questa insegna luminosa Café Caracas che dava un tocco di Pop Art.

Quali sono gli esordi dei Café Caracas?
Cominciammo suonando nei piccoli locali di Firenze, da lì uscimmo fuori dai confini arrivando fino a Bologna, poi iniziammo a partecipare a varie rassegne come il Pordenone Rock. Nel 1980 aprimmo persino il concerto dei Clash a Bologna.

Che ricordo ha di quel concerto?
Prima del concerto feci due chiacchiere con Joe Strummer, il frontman dei Clash. Era particolarmente interessato al fenomeno delle Brigate Rosse e ai movimenti giovanili che così impegnati in Inghilterra non lo erano mai stati. E poi ricordo che il loro batterista, Nick Headon aveva perso l’aereo, così ci chiesero in prestito per le prove il nostro Renzo Franchi che fu molto felice di suonare con loro. Conosceva tutti i loro pezzi a memoria, tra un sorso di birra e un tiro di canna, Renzo, con le sue bacchette, iniziò a provare su un tavolino accompagnato dalla chitarra acustica.

Come andò la vostra esibizione?
A dir la verità noi vivemmo malissimo quella esibizione. Siccome sotto il palco c’erano 2 o 3 mila fan arrivati da tutta l’Europa dei Crass che erano lì col chiaro intento di contestare i Clash, rei a loro parere, di essersi venduti allo show business e di non esser più la band anarchica e anticonformista per eccellenza così come volevano far credere, appena siamo saliti noi Café Caracas sul palco hanno cominciato a contestare noi, che ci siamo presi di tutto, dagli sputi agli ortaggi, ci lanciarono di tutto. Quando invece sul palco entrarono i Clash, sulle note di London Calling, tutta piazza Maggiore cominciò a saltare compresi i punk contestatori. Alla fine la figura dei punk l’abbiamo fatta noi…

Dopo quel concerto decide di trasferirsi a Londra.
Con la mia ragazza era finita da tempo, e quando mi trasferii a Londra ero mosso da un preciso scopo musicale. Volevo trovare persone stimolanti, e in quel periodo, siamo alla fine degli anni 70, Londra era il centro nevralgico di tutte le tendenze musicali.

Come se la cavava con la lingua?
Pensavo di conoscere l’inglese, ma quando mi trovai lì capii che non stavo messo molto bene, e infatti se riascolto il brano Self Control ho ancora i brividi. È un inglese inascoltabile. Andai a Londra per la musica, ma non avendo molti soldi, quando terminai i pochi fondi che avevo, fui costretto a cercarmi un lavoro in cui non si doveva parlare. Così finii per lavorare in un ristorante come lavapiatti.

Com’era la Londra nella quale ha vissuto?
Arrivai a Londra nel ’79, quando aveva ancora una forte identità, e ci rimasi fino al 1981. Era una città molto fredda e dura, dove se non sapevi parlare bene era molto difficile viverci. In quei due anni ho lavorato tanto, ho preso tanto freddo e ho visto pochi concerti ma buoni. Ho visto gli Ultravox, gli americani B-52s, i Joy Division, che è rimasta una delle mie band preferite. Ho anche militato in una band londinese: risposi a un annuncio in cui cercavano un bassista. Feci il provino e mi presero.

L’esperienza durò poco perché ritorna a Firenze dove conobbe una persona fondamentale per la sua carriera.
Tornato a Firenze faccio la conoscenza di Giancarlo Bigazzi che mi aveva visto suonare in concerto più d’una volta. Chiese di me perché aveva bisogno di persone che dessero nuove idee e nuova linfa alle sue produzioni, agli arrangiamenti e anche alla scrittura dei brani. Decisi di tornare, spinto dalla volontà di vivere grazie alla musica. Sapevo che non avrei fatto il genere che prediligevo e che avrei dovuto adattarmi alle diverse situazioni, ma era sempre meglio di fare un altro mestiere per campare. Il Pop italiano mi era sconosciuto, Gianni Morandi, per dire, lo conoscevo solo di nome. Tuttavia ero disposto a tentare quella strada. Per me la musica pop italiana è stata una scoperta grazie a Bigazzi.

Passare dal punk rock al pop non è stato un po’ come sconfessare se stesso?
Quando capii che con i Café Caracas non si andava avanti e si finiva per suonare sempre nei soliti club, e quando vidi i punk chiedere soldi a King’s Cross ai turisti per farsi foto con loro, fu davvero deprimente. Decisi di cambiare direzione.

Eppure in quello stesso periodo a Firenze nacquero le prime band new wave come Litfiba e Diaframma…
Non voglio fare il figo ma per me era già finita. L’idea di ripropormi a Firenze in una band new wave era inconcepibile. E poi secondo me, i Litfiba facevano più un rock anni Settanta con Pelù che aveva una sua vocalità moderna per quel periodo. Era qualcosa di nuovo e molto forte, alla fine il mix era interessante. Però non si poteva dire che fosse new wave o nuovo rock. Era nuovo per chi non aveva vissuto la nascita del punk e della new wave.

Le è capitato di invidiare il successo per la nuova carriera di Ghigo Renzulli?
No, assolutamente. Anche perché ero proiettato, senza rinnegare nulla, nella mia scoperta della musica leggera.

Con l’etichetta francese Carrere, nel 1984 pubblica Self Control, brano che raggiunge il primo posto nelle classifiche di tutto il mondo, Stati Uniti compresi.
Se vogliamo, Self Control è stato il compromesso più grosso che ho dovuto accettare per lavorare. Mi dissero che il provino della canzone l’avevano ascoltato in America ed era piaciuto molto e che erano intenzionati a farlo uscire anche negli Usa nella versione originale in inglese. All’epoca stavo facendo il servizio militare. Accettai senza batter ciglio e soprattutto senza prevederne le conseguenze. La canzone infatti ebbe un successo enorme, ma la sentivo così poco mia, che quando dovevo cantarla cercavo sempre di camuffarmi, di coprirmi il volto con gli occhiali da sole, cercavo di nascondermi. È stata l’unica cosa che ho vissuto con vergogna, perché stavo facendo una cosa nella quale non mi riconoscevo.

Nel 1987 è uno degli autori del brano Si può dare di più.
Caterina Caselli in quel periodo cercava una canzone che fosse buona per un progetto simile al Live Aid o Usa for Africa, un brano da far cantare contemporaneamente da 20/30 cantanti italiani come We are the world per intenderci. La canzone che proposi piacque sin da subito, in inglese l’avevo chiamata Celebration, e questa è una vera e propria rivelazione perché non l’ho mai detto a nessuno. La musica la scrissi io mentre il testo in parte Giancarlo Bigazzi. Poi venne trasformata in Si può dare di più. Risulto come autore, ma in realtà l’avrei dovuta cantare anch’io…

Sarebbe stato tra i vincitori di quel Festival di Sanremo.
Il progetto di Caterina Caselli fallì perché i cantanti non riuscirono a mettersi d’accordo, così si decise di presentare la canzone con un trio. Dissi: ‘Va bene che vengo dal punk e che ho fatto un pezzo come Self Control, ma andare anche a Sanremo mi sembra davvero troppo’. Volevo proseguire con l’elettropop e invece l’etichetta Carrere dagli Stati Uniti si era impuntata: volevano che facessi Spaghetti-dance. Rifiutai di cantare nel trio, dovevo maturare e capire ancora alcune cose. Poi da lì continuai come autore e realizzatore di dischi per la CGD di Caterina Caselli.

Inizia in questo modo la sua carriera nella musica leggera.
Infatti cominciai a fare album miei, ma nei primi c’è poco di mio e molto di Bigazzi, che essendo una personalità forte, riusciva sempre a imporsi sulle mie volontà, poi pian piano ho cominciato da Cannibali in poi a impormi artisticamente.

Nel 1989 esce il brano che l’ha reso celebre: Cosa resterà di questi anni Ottanta.
Pensai di scrivere una canzone dedicata al decennio che ha rivoluzionato il mondo, scattare una fotografia di quel momento. Con Bigazzi e Beppe Dati scrivemmo insieme quella canzone che ha fatto da ponte ai miei primi dischi in italiano, che io non rinnego ma so che non mi appartengono. Quando uscì quell’album cominciai ad avvicinarmi al pop che volevo fare.

Il disco Cannibali del ‘93 lo considera quello della svolta?
Sì, è il primo che ho prodotto da solo e riconosco che contiene l’ingenuità oltreché la mia insicurezza: Giancarlo Bigazzi mi aveva messo la paura che non fossi capace di scrivere canzoni. Oggi, invece, chi mi ha ascoltato bene, sa che posso farcela e che nelle mie canzoni può trovare cose molto scomode per uno che fa pop. E che c’è una ricerca di suoni, lavori minuziosi che faccio personalmente a differenza di quel che avviene generalmente nell’ambito pop, dove su una melodia sono in molti a lavorarci in studio. Sono una sorta di One man band, un topo da studio, che passa gran parte del tempo a lavorare e dispiace che questo non venga riconosciuto.