Natale dei luoghi comuni, della corsa ai regali, dei pranzi e cene infinite. Natale senza la neve, senza presepe, senza tempo, senza attesa. Poi tutto finisce e sappiamo tornare, addomesticati, ognuno alla propria quotidianità; finalmente digeriamo il panettone e la frutta secca, fino al cenone di capodanno. E via con i botti, di nuovo spumante, tanti auguri, e felice anno nuovo. Giuro che sto cercando di trovarci un senso. Da anni. A volte ce l’ho fatta, a volte proprio no.

Per chi come me (atea e miscredente poco credibile, tale più per ribellione che per attitudine o mancata tensione alla spiritualità) ha vissuto tante volte attraversando vite differenti, ognuna con il proprio Natale, la questione diventa complessa; e a trentacinque anni sono ancora alla ricerca di quel senso profondo che il Natale meriterebbe dal momento in cui si decide di festeggiarlo.

Così se a Natale ci vogliono tutti più buoni, io divento più vulnerabile; e ricordo la gioia di essere bambini, l’attesa del regalo sotto l’albero, la delusione di quando scopri che Babbo Natale non esiste. Gli anni della contestazione a prescindere, del non senso, del rifiuto di tutto ciò che rappresentava la Chiesa e le sue festività. Poi ricordo gli anni della solitudine, dell’emarginazione. Niente cenone alla vigilia, niente pranzo di Natale. Qualche avanzo dato da una rosticceria nei vicoli di Genova, seduta su un gradino. Pollo alla cacciatora, lo ricordo come fosse oggi. Ricordo ancora il sapore, la mia voracità, le mani sporche. La consapevolezza della mia condizione, le strade vuote, il freddo, e quella fierezza negli occhi che oggi mi intenerisce il cuore, ma che allora era necessaria per poter sopravvivere, e non crollare.

Poi, ricordo la prima volta che ho rimesso piede in una Chiesa dopo mille anni. Proprio la vigilia di Natale. Don Andrea Gallo a celebrare, e la sua omelia. “Dove sono coloro che cercano la giustizia! I cristiani, diceva Kierkegaard, sembrano dei sacchi di noia che rasentano i muri. Sentite!! Un Bambino!! Che porta letizia, che porta gioia! Un bambino, neonato, è in una mangiatoia. È quello che succede ancora oggi, in milioni di casupole, capanne, favelas, sotto anche i nostri ponti. Quella stalla è l’emblema di quella condizione umana a cui non giunge nemmeno l’occhio di un giornalista! È il simbolo dell’immensa moltitudine, che non fa storia. La subisce. Per il potere, tutti i poveri e i miserabili devono essere invisibili. In questa stalla non arriva nessuno a dire eccellenza maestà cavaliere professore eminenza. Io ho visto nascere la democrazia a diciassette anni e un mese. E adesso che son vecchio, devo veder morire la democrazia? La partecipazione attiva. A me importa. Io stesso il mio impegno di fede devo confermarlo, rivederlo, verificarlo nelle crociate della mia Chiesa. Caro Gesù bambino, come la mettiamo! Non avrei voluto dirla sta frase, questa sera. Avrei voluto non venisse nessuno, e voi testardi.. siete ancora qua”.

E oggi che per sbobinare queste poche frasi di un omelia impossibile da raccontare in tutti i suoi passaggi, posso rivedere il sorriso, amaro e provocatore e ironico allo stesso tempo, di quelle ultime parole che ho trascritto.. io ne percepisco ancora la profonda messa in discussione, che davvero credo possa toccare tutti.

Quindi. Detto questo. Ricordo le messe di Natale di Don Gallo. Una via l’altra. La mia spiritualità che si rinnova. E poi lui non c’è più. E ricordo il primo Natale di mia figlia, e quello di due giorni fa. Ha quattro anni adesso, e insiste! Vuole andare a vedere il Bambin Gesù che nasce. E io, che da quando è mancato il Gallo non avevo più avuto il coraggio di entrare in una chiesa, la accontento. La chiesa è piena, e allora ci sediamo sui gradini laterali, davanti, perché lei vuole vedere (e il Gallo mi ha insegnato che si può).

È attenta, segue tutto il tempo e guarda quel bambino. E mi chiede perché è nudo. Io le rispondo e mi commuovo. Qualcuno mi vede e mi sorride. E penso a tante cose, a tutti i miei ricordi delle mie tante vite. E davvero non lo so quanto può interessarvi tutto questo. Ma in fondo poi, cosa importa. Ognuno potrà dargli un senso, oppure no. Cos’ho da perdere. Niente. Così lo sapete. Raramente vi darò notizie e analisi politiche. Io racconto storie ed emozioni. Spunti, riflessioni. Può piacervi oppure no. E comunque ormai, via alle danze! “Buon anno ragazzi”!