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Maneggiare con cura. È la raccomandazione d’obbligo a chi si accosti a Violenza e Islam (Guanda), l’ultima fatica del poeta siriano Adonis, al secolo Alī Ahmad Sa’īd Isbir, uno dei più importanti intellettuali del mondo arabo.
All’indomani degli attentati di Parigi, la conversazione che in questo pamphlet Adonis intavola con la psicanalista e studiosa dell’Islam Houria Abdelouahed ha il potere deflagrante di una bomba ad alto potenziale. La tesi di fondo, infatti, è che l’Islam sia una religione storicamente e intrinsecamente violenta, i cui dogmi sono scritti con il sangue fin dalla morte di Maometto, quando a Saqïfa, località situata a nordovest della moschea di Medina, i musulmani si riunirono per scegliere un nuovo capo della comunità. Dalla guerra tribale che lì ebbe inizio, secondo Adonis tutto discende e consegue: “Siamo tutti sepolti a Saqïfa. E dopo quindici secoli la guerra arabo-araba non è cessata. Il dramma è ancora vivo, non siamo mai usciti dal Medioevo”. Un dramma che continua oggi fra altre tribù: “Perché l’Arabia Saudita fa la guerra contro lo Yemen? Questa guerra affonda le proprie radici nello spirito tribale insito nella nostra storia”.

Una religione, l’Islam, che non si è evoluta nel corso del secoli ma, al contrario, ha fatto della l’osservanza rigida della tradizione il suo punto di forza. “Il livello teorico rimane immutabile e si può riassumere ricordando che l’Islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. L’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti”. È al passato, insomma, che si rivolge l’Islam, dove e quando la perfezione è stata raggiunta, una perfezione che rimane a tutt’oggi il solo modello, l’unico esempio da seguire: “Siamo chiamati a custodire una concordanza con il passato, un accordo senza sbavature. Così l’identità si riduce a una ripetizione. Se vuoi essere un musulmano, o anche un arabo-musulmano, devi imitare la perfezione della Storia”.

In psicanalisi, suggerisce Abdelouahed, l’interlocutrice di Adonis, per descrivere questo stato di cose si parla di “un passato che non passa”. E in questo modo, concorda il poeta “l’identità si riduce a mera ripetizione, non è il frutto di una scelta”.
Dal passato, secondo Adonis, proviene anche la legittimazione dell’uso della violenza e la spregiudicatezza in campo economico. Le guerre per la conquista dei pozzi petroliferi da parte dell’Isis non si discostano, in fondo, dalle quelle combattute fin dai tempi di Maometto: “Il profeta scatenava una guerra e si arricchiva progressivamente grazie alle proprie vittorie. I bottini erano enormi” ricorda Abdelouahed. E la prima grande fitna (guerra fra musulmani) scoppiò perché ‘Uthmān (genero di Maometto) prosciugava il tesoro pubblico per arricchire il proprio clan. “La fortuna dell’islam veniva dai ghanā’im (i bottini di guerra) e dai tributi imposti ai non musulmani e a coloro che desideravano conservare la propria religione” aggiunge Adonis. “Le donne facevano parte del bottino. Erano trattate e vendute come prigioniere di guerra”. Anche questo, “un passato che non passa”.

Un dialogo fra arabi di stimolo ad altri arabi perché chiudano quella porta sul passato e ne aprano una nuova sul futuro. Questo appare il testo di Adonis-Abdelouahed, non certo un manuale anti-islam da brandire in una nuova guerra di religione. “La mia speranza” dice il poeta “è che l’Isis rappresenti il canto del cigno di questo islam. Come una candela che negli ultimi istanti ha un soprassalto prima di spegnersi”.