Scambiamo impressioni sul voto spagnolo con Miguel Mora, direttore della rivista digitale Contexto e saggista, già corrispondente da Roma, prima ancora da Lisbona, e da ultimo da Parigi, del quotidiano spagnolo El País.

I due grandi partiti tradizionali, il Pp di Rajoy e il Psoe di Sánchez, hanno raccolto, dalla transizione post-franchista a poche ore fa, circa l’80% dei consensi, ora superano di poco il 50%. E’ una rivoluzione?
E’ un’evoluzione. La fine del modello stabile che ha governato la Spagna dopo la morte di Franco. Il logoramento dei grandi partiti, la loro corruzione, il clientelismo, hanno fatto marcire le istituzioni, il sistema di potere e i suoi stessi contrappesi dalla monarchia alla stampa. In tutto ciò, oltre che nell’”autericidio” della Ue, trova la genesi il movimento del “15M” manifestatosi nella Puerta del Sol di Madrid, poi sono seguite “las Mareas” e le Marce della Dignità. Il grido comune era: “No nos representan”, i partiti non rappresentano i votanti, bensì interessi delle elite finanziarie. Così è nata Podemos. E poi quello stesso sistema ha generato Ciudadanos, una piccola formazione nata per porre un freno al movimento di Iglesias: Ciudadanos è la Podemos di destra, ma di plastica, creatura dell’IBEX35 (l’indice MIB spagnolo, ndr).

I partiti tradizionali mantengono storiche roccaforti elettorali, arretrano vertiginosamente nei grandi centri, perché?
Il rinnovamento politico è fenomeno essenzialmente urbano e giovanile. Il sistema elettorale premia invece il voto rurale, fu disegnato nella fase della Transizione per frenare i movimenti che gravitavano a sinistra. L’arrivo del “15M” al potere nei municipi coincide con il voto politico di oggi: Barcellona, Madrid, i Paesi Baschi, Valenza sono l’avanguardia di Podemos e Mareas. Lì è più forte la disoccupazione giovanile, con un tasso tra i più elevati in Europa. L’Andalusia rimane, invece, il feudo del Psoe, con una rete clientelare che è dura a morire. Mentre la Spagna profonda, con le due Castiglie, continua ad essere il bastione, vetusto e rurale, dei conservatori del Pp.

Podemos, invece, ha fatto il pieno di voti nelle circoscrizioni in cui era alleato con formazioni locali, come En Marea in Galizia, o la catalana En Comú-Podem. E’ strategia elettorale o altro?
La sommatoria di Podemos con “las Mareas”, gli ecologisti e Izquierda Unida, la cosiddetta “confluencia”, è il grande contenitore del cambiamento. Tuttavia, il vecchio apparato comunista di Iu ha impedito l’alleanza con Podemos a Madrid. Iu ha sfiorato il milione di voti: se quel consenso si fosse aggiunto ai voti per Podemos, il movimento viola sarebbe oggi la seconda forza del Paese.

iglesias ppL’ex presidente socialista Felipe González aveva previsto che con questo voto la Spagna si sarebbe politicamente avvicinata all’Italia, senza avere però la capacità degli italiani nel saper gestire situazioni di crisi. Come dire: che arrivi il gattopardismo anche nei palazzi di Madrid?
Felipe è il nostro Príncipe de Lampedusa, il migliore esempio della degenerazione dei grandi politici europei in difensori delle corporazioni e della disuguaglianza. El Gatopardo del Sistema è ora Ciudadanos. Se sommiamo ai suoi voti quelli del Psoe e del Pp si raggiunge quasi il 65%. In questo senso il vecchio regime si è protetto dal vento del cambiamento, e farà di tutto perché nulla cambi, salvo qualche concessione cosmetica. Ora il Sistema non può formare un governo se non con una Grande Coalizione alla tedesca, ipotesi rifiutata dai più, il punto è che quel sistema ha perso ogni credibilità: il 30% delle persone è a rischio povertà, la disoccupazione giovanile è al 50%, si salvano le banche ma non le persone. Ora ci vorrebbe un patto all’italiana, però ci manca raffinatezza: mica siamo italiani, e l’unico accordo in vista è l’antico regime bipartitico sottomesso alle grandi imprese. Chissà, l’Italia potrebbe inviarci un presidio di caschi blu esperti in patti per aiutarci. La rivista Contexto ha proposto un’alleanza alla portoghese perché la sinistra ha un milione di voti in più della destra, tuttavia né il Psoe, né Podemos, né Iu sembrano disposti a negoziare. Credo che il Psoe, con Felipe e Frau Merkel alle spalle a muovere le fila, finirà probabilmente per consegnarsi al Pp, tristemente.

Più volte l’esperienza di Podemos è stata accostata a quella del M5S di Beppe Grillo. Pablo Iglesias tuttavia la sera dell’affermazione elettorale alzava con orgoglio il pugno al cielo e intonava una vecchia canzone degli Intillimani. Ideologia e identità versus post ideologia?
Podemos e il M5S non hanno nulla in comune, salvo il fatto che rappresentano una terza via rispetto ai partiti classici. Grillo sulle politiche migratorie è di destra, un nichilista, l’antipolitico, un comico. Iglesias è un giovane politologo, socialdemocratico, quasi demodè, cresciuto nella militanza comunista e nel pacifismo. Il suo sogno è rinnovare il vecchio socialismo spagnolo, recuperare il welfare che il capitalismo ha smantellato.

Sulle pagine di Contexto si legge la Spagna vivrà anni intensi, anni interessanti, perché?

Siamo all’agonia dello stesso bipartitismo europeo, viviamo un cambiamento culturale, con una maggiore partecipazione democratica e maggiori aspettative. In Spagna la cultura della Transizione è all’epilogo. Il nuovo mondo non è ancora nato, se non nei piccoli giornali digitali. E in politica sono finiti gli assegni in bianco staccati dagli elettori ai governanti. La popolazione spagnola, impoverita dalla deriva neoliberista, può nutrire la speranza di vedere migliorate le proprie condizioni di vita. Un’alleanza delle sinistre in Spagna sarebbe auspicabile per guidare il cambiamento culturale e politico nell’Unione Europea. Ma dal prossimo gennaio sono previsti 9 miliardi di tagli europei. Una patata bollente nelle mani dei politici, e se il Psoe e Podemos si alleassero potrebbero pretendere, come ha fatto la Francia con le sue bombe, una revisione degli obiettivi di deficit. Se è consentito di sforare il deficit per bombardare la Siria installando di fatto uno stato di eccezione permanente, lo stesso si dovrebbe pretendere in caso di emergenza sociale, o no?