Negli Stati Uniti d’America lo speciale natalizio lo affidano a Bill Murray. In Italia a Giorgio Panariello. E questo articolo potrebbe concludersi anche qui, dopo 178 caratteri. Però no, qui si è un po’ masochisti. E allora Panariello sotto l’albero, il programma delle feste andato in onda ieri sera su RaiUno (e anche stasera, ahinoi), lo abbiamo visto tutto. Ma tutto tutto. E allora ci sarebbe da maledire il mezzo televisivo fino al 2085, con qualche piccola pausa solo per espletare i bisogni fisiologici. Perché a Giorgio Panariello e al team di autori che ha scritto il programma andrebbe fatto presente che siamo nel 2015, non nel 2002. Che da Torno sabato a oggi la tv è diventata tutt’altro. Migliore o peggiore non importa, non in questo caso almeno, ma si è trasformata.

Ecco perché non capiamo il senso di questa operazione televisiva. O forse sì, lo capiamo. Ma è un senso poco televisivo e molto interno a Mamma Rai (c’entrano Carlo Conti e l’ormai enorme potere che ha, anche meritatamente, a viale Mazzini). Tornando all’aspetto televisivo della faccenda, come avremmo mai potuto apprezzare un programma fatto di battute e sketch triti e ritriti, già sentiti mille volte anni fa o, nel migliore dei casi, di freddure lette sui social network almeno sei mesi fa?

La tv è cambiata, dicevamo, e troppo spesso ci autoconvinciamo che si stava meglio quando si stava peggio. Si stava meglio allora, forse, perché avevamo altri gusti, vivevamo un’altra realtà sociale, non stavamo tutto il giorno sul web. Ci tritavamo gli zebedei per dieci ore al giorno in ufficio o a scuola, senza smanettare sugli smartphone, e la sera, sfiniti e alienati, diventavamo tutt’uno col divano e ridevamo (perché ridevamo, ammettiamolo) alle battute di Panariello.

Ora non ridiamo più, ma non possiamo farcene una colpa. Giorgio Panariello, che è persona squisita, quello che si definisce un “serio professionista”, semplicemente appartiene al passato. E spiace accanirsi, sul serio, ma quello che abbiamo visto ieri sera in tv ha rappresentato uno dei momenti televisivi più noiosi (e a tratti imbarazzanti) degli ultimi anni. No, non era “il bel varietà di una volta”. Era solo la copia sbiadita di mille riassunti, l’accanimento terapeutico di una tv morta e sepolta.

Che poi, intendiamoci, ad avercene di “bei varietà di una volta”! Le nozze con i fichi secchi però no, non si possono fare. E dunque, se in Rai si decide di fare un grande varietà natalizio, lo si faccia con gli attributi, con un team di autori che abbia qualcosa di nuovo da dire, con un personaggio televisivo leggermente meno stagionato del buon Panariello (in naftalina da anni, purtroppo per lui). Lo si faccia destrutturando la vecchia e polverosa scaletta del varietà per costruire un prodotto televisivo più vicino ai gusti del pubblico televisivo di oggi, non di venti o trent’anni fa. Perché mia nonna, che ha 84 anni e spesso guarda RaiUno, alle 22 di ieri sera aveva già un’ora di sonno profondo, mentre io, che di anni ne ho 35 e per mestiere e diletto guardo molta tv, sono rimasto sveglio fino all’una. E solo il cielo sa quanto avrei voluto godermi un bel programmone natalizio come Dio comanda.

E che ti propone il Panariello? La solita minestra riscaldata: l’usuratissimo personaggio Naomo, i compagni di merende Leonardo Pieraccioni e Carlo Conti impegnati in una parodia riuscita malissimo di C’è posta per te, Tosca D’Aquino riesumata per l’occasione, Placido Domingo e i boriosetti de Il Volo (che hanno annunciato un sacrilego remake del concerto di Caracalla dei tre tenori del 1990 per il prossimo giugno).

Maria De Filippi la salviamo, perché in pochi minuti ha almeno dato sfoggio del suo solito talento da storyteller, sorprendendo persino Panariello con il racconto della sua infanzia difficile in stile C’è posta. E anche Emma se l’è cavata bene, soprattutto quando ha cantato. Sui siparietti comici converrebbe stendere un pietosissimo velo, perché Panariello di mestiere fa il comico e se non si ride, signori, c’è decisamente qualcosa che non va.

Noi Bill Murray non ce l’abbiamo. E ce ne siamo fatti una ragione da anni. Ma le cose non bisogna farle per forza, se non le si sa fare. Il prossimo anno, per l’amore di Dio, mandiamo in onda l’ennesima replica di Don Matteo. Almeno la nonna si addormenta contenta e noi possiamo uscire per una birra con gli amici senza troppi scrupoli. Buon Natale 2002, Italia.