Social street - 6

L’ultimo endorsement ricevuto dal progetto Social street, è stato quello del prof. Robert Putnam, professore di Public Policy all’Harvard University. Il professore americano è uno dei massimi studiosi di capitale sociale, ovvero l’insieme di relazioni che si instaurano tra gruppi di persone che hanno la caratteristica di aumentare il grado di fiducia. Come si può ben immaginare il capitale sociale è fondamentale nell’organizzazione delle città contemporanee, perché ha risvolti non indifferenti sulla qualità della vita, non ultimo anche sulla percezione della sicurezza in ambiente urbano.

Come spiega la professoressa Cristina Pasqualini, sociologa dell’Università Cattolica che sta curando una ricerca sulle social street “senza connessione tra le persone, ogni progetto di rigenerazione urbana fallisce”.
Non è nemmeno un caso che uno dei più celebri libri di Putnam si intitoli Bowling alone (2004), dove parla proprio di come queste reti di relazioni si stiano progressivamente erodendo partendo proprio dalla metafora di giocare a bowling da soli, diventata una realtà diffusa nella società americana e non solo. Il professore americano rintraccia le cause nella progressiva diffusione di tecnologie “individualizzanti”, dalla televisione a internet.

L’obiettivo con cui è nato e diffuso social street sta proprio in questa analisi, il tentativo di ricreare senso di comunità e di appartenenza partendo dal vicinato, da un territorio molto circoscritto, la strada, favorendo la rete delle relazioni fra vicini di casa, utilizzando lo strumento tecnologico (Facebook) come elemento marginale al fine ultimo.

Non è una “missione” semplice da raggiungere perché esistono vari tipi di capitale sociale. Esiste il capitale sociale bonding, ovvero quelle relazioni fiduciarie che si instaurano all’interno di gruppi omogenei, che può essere la famiglia o i tifosi di una squadra di calcio. Alle persone che fanno parte delle social street viene spontaneo cercare vicini con affinità. Quando vengono lanciate proposte del tipo, “chi viene a fare trekking urbano con me”, “chi partecipa a questo gruppo di lettura ad alta voce”, “chi viene con me a vedere questo museo”, si smuove un certo tipo di vicini di casa. Questo è normale, pensate a quando vi siete iscritti a Facebook, quasi tutti sono andati a cercare quei gruppi nati su un interesse personale specifico (lo sport, i motori, gli animali etc..) ed è più facile stabilire relazioni in questo contesto.

Altra cosa è il capitale sociale bridging, ovvero quelle relazioni tra membri eterogenei che entrano in contatto da ambienti sociali ed economici differenti. La social street ha come sfida quella di lavorare proprio su questa forma di capitale sociale perché alla base dei valori fondanti c’è proprio l’inclusività, ovvero andare ad annullare quelle differenze o auto-ghettizzazioni che in modo quasi automatico si creano all’interno di una strada (i negozianti, l’extra comunitario, gli anziani, i giovani…). Favorire e incrementare questo tipo di capitale sociale richiede molto tempo e pazienza perché esistono tanti “muri” da abbattere, la diffidenza in primis.

Ecco perché ogni social street tenta di creare momenti di condivisione collettivi cercando di aggregare tutti i residenti, che può essere l’aperitivo fisso settimanale, la festa di strada organizzata dai vicini o un semplice compleanno a sorpresa per un vicino che fino a ieri non si conosceva. La social street vuole fluidificare questo tipo di interazioni affinché diventino normalità e si crei quel clima di fiducia fra le persone passando dal virtuale di facebook al reale della strada perché il passo è davvero breve (non solo metaforicamente).

Quali sono i riflessi di un maggiore capitale sociale nelle strade? Spesso veniamo invitati a parlare dell’esperienza social street in ambito di sicurezza urbana insieme a rappresentanti delle forze dell’ordine. Quale relazione direte voi? Jane Jacobs, una delle più note antropologhe statunitensi scriveva che “l’ordine pubblico nelle strade e sui marciapiedi è mantenuto da una complessa e quasi inconscia rete di controlli spontanei. Non c’è polizia che basti a garantire la civile convivenza una volta che siano venuti meno i fattori che la garantiscono in modo normale e spontaneo”.

Ecco perché è così importante passare dal “virtuale al reale” per le social street, tornare a rivivere gli spazi pubblici, la strada o la piazza che sia con ogni pretesto ed i pretesti nelle social street sono davvero tanti, anche momenti goliardici. Il concertino dei vicini in strada oppure il conferimento di una laurea honoris causa sotto casa di un vicino organizzata affinché gli altri residenti possano scoprire che a quel civico vive una determinata persona che magari si incrocia tutti i giorni e che ha una storia tutta da raccontare. Questa pratica trova conferma nella teoria. Come ha scritto il prof. Pierpaolo Donati (noto studioso di capitale sociale e ordinario di sociologia all’Università di Bologna) “il capitale sociale è la relazione sociale stessa se in quanto è vista e agita come risorsa per l’individuo e/o società, poiché in essa si investe per generare o rigenerare un circuito di scambi che non è né monetario, né monetizzabile, né imposto per comando”.

Spesso la social street viene erroneamente associata ai “neighbors watch” molto diffusi nei paesi anglosassoni ma anche in Sudamerica, il così detto controllo di vicinato. Questi gruppi nascono e crescono con l’obiettivo primario che non è la socialità, ma la sicurezza. Social street lavora su questo aspetto in modo indiretto perché aiuta ad aumentare la percezione di sicurezza semplicemente facendo sentire le persone in un ambiente “protetto”. Che sia la risposta immediata di un vicino che risponde ad un messaggio di una ragazza che ha la macchina in panne in strada in piena notte o il mostrare vicinanza fisica a Massoud, proprietario di un negozio di tappeti iraniani in via Fondazza vittima di un atto vandalico, sono tutti gesti a costo zero che contribuiscono ad aumentare il livello di percezione di sicurezza. Qualche mese fa ho avuto un colloquio privato con il Prefetto di Bologna durante il quale mi ha detto “la Polizia non potrà mai sostituire quello che ognuno di noi può fare per l’altro”.