Puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo”. (Zlatan Ibrahimovic)

Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero”. (Sandro Pertini)

C’è una sola classe della umanità che tiene al denaro molto più dei ricchi: i poveri. Il povero non può tenere ad altro. Questa è la miseria di essere povero”. (Oscar Wilde)

Vediamo tanto (troppo?) teatro che quando ci imbattiamo in un lavoro dove si unisce, e fiorisce, l’ingegno, l’inventiva, le capacità, la caparbietà, ma anche la semplicità e la sobrietà, le idee, e una visione precisa e una direzione chiara d’approdo come definirei questo “Miseria e Nobiltà” (già a Next a novembre seppur nei 20′ ne cogliemmo i germi e la linfa propulsiva) per la lucida percezione di Michele Sinisi, allora rimane soltanto un tempo sospeso nel quale fermarsi, attendere, alloggiare, far decantare, e poi, tornare a respirare. Questo è il teatro che vogliamo, quello che spinge, che pungola e stimola e al contempo accontenta palati e papille gustative, riempie gli occhi di temi e di colori, rimane fedele all’originale pur tradendolo continuamente ma in maniera così altruistica e sfacciata che è impossibile non volergli bene.

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I personaggi della squadra (undici come team di soccer) ti si appiccicano addosso e non vogliono andarsene nei giorni a seguire, stanno, condividono con te il suono che rimane a circolare nei padiglioni auricolari, le parole storpiate da raffinati e popolani dialetti italici, il tutto cucinato in una grande salsa (chiaramente a pummarò) dove nuotare liberi dai lacci di una comprensione complicata, felici di assaporare e sorridere, stare dentro un processo, senza ingabbiamenti né fraintendimenti di senso, vivere la scena, partecipare, corpo e mente, a quell’azione che si scioglie come burro, a quei gesti antichi e al tempo stesso rimessi in discussione, senza per questo scadere né nel trash (troppo semplice e ruffiano) né tanto meno nel pop di canzonette ammiccanti che durano il flash di un tramonto che scolorisce al passare delle ore sulla pelle. Non vorremo usare l’abusata parola “capolavoro”, che poco senso ha in quest’epoca di eventi e appuntamenti imprescindibili, ma questo “Miseria e Nobiltà” (già nella mia personale graduatoria per i prossimi Premi Ubu), la prima produzione defilippesca (già perché il regista pugliese si rifà molto più alla pellicola, del ’54 con Totò e la Loren, che al testo di Scarpetta, 1888) dopo la scomparsa di Luca, ha in sé doti nascoste, carte che sparpaglia sul campo che centellina con strappi ad elastico, correndo sul filo della tradizione e del contemporaneo, surfando leggero, sensuale, accattivante (in questo è molto meridionale se non mediterraneo come impasto, come suoni, come humus e habitat, come sguardo allungato che incanta e ammalia) in una slavina di situazioni che restituiscono risposte alle annose domande del perché si fa teatro, da una parte, e del perché si vede teatro, dall’altra.

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Sinisi toglie a “M&N” (scrittura a quattro mani con Francesco Asselta che la rende spugnosa e sprizzante, sprintosa ed effervescente) la profonda patina e sostanza di Napoli, di partenopeo, di Sud e ce lo mostra come una tragicommedia tutta italiana, universale, dove le miserie non competono esclusivamente ad un territorio ma sono semplicemente innervate nel dna della nostra penisola, come in quello degli ultimi, dei semplici, degli ingenui, sempre illusi e poi delusi, speranzosi di un domani migliore, motivati dalle migliori ragioni e poi deboli, fragili, meschini, impotenti come sognatori e poeti, capaci di slanci e generosità, di piccole follie e solidarietà. Che povertà è diverso da miseria, che si può essere poveri senza essere miseri.

L’attore feticcio di Michele Santeramo (questa operazione targata Elsinor, un bravo a Gianluca Balestra per averci creduto, ne celebra un passaggio fondamentale, una frontiera tra il prima e il ruolo che si ritaglierà da adesso in avanti, comprese le responsabilità e le attese che cresceranno nei suoi confronti) si cuce addosso un ruolo (o meglio, più posizionamenti nel “teatro nel teatro”) tra il dentro ed il fuori: adesso è il giovane Peppiniello, ora è un tecnico che, a vista, porta e sposta oggetti, ora è un simil Carlo Giuliani steso come Pietà michelangiolesca toccante, molto è regista kantoriano che segue la scena, dà indicazioni con lievi passaggi, movimenti dolci, fino al geniale ed elementare calcetto che ogni volta chiude la botola che di lato aprendosi illumina, come cinema vintage o vinile scricchiolante, la scena come sogno, flashback, ricordi sorpresi nella memoria che riaffiorano candidi, trafugati alla quotidianità da questo oblò voyerista.

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Pochi oggetti (le scene di Federico Biancalani danno ampiezza e profondità), tra i quali spicca un tubo arancione da lavori in corso, ma anche di scarico verso la cloaca della vita, contorto e pieno di curve come appunto lo sono certe esistenze più impervie di altre, e molti dialetti connotano questo basso che prende forma: l’appuntito marchigiano (Giulia Eugeni eclettica nelle movenze hip hop), lo scivoloso emiliano (Stefania Medri agguerrita, parafulmini), il sinuoso milanese (l’esperto Stefano Braschi), l’agguerrito pugliese (segnatevi il nome: Diletta Acquaviva). La lettera con protagonisti Felice (Gianni D’Addario fragoroso) e Pasquale (Ciro Masella artisticamente maturo e ispiratissimo), così come gli spaghetti da Gulliver o i costumi sgargianti (di Gianluca Delle Fontane) che comunque non riescono a celare la povertà che da sotto continua a far capolino o il meraviglioso lampadario costruito con infiniti cucchiaini, sono gli inserti che ne fanno giocoso rimando e parodia con la quale continuare a sperimentare, implementare, girovagare nel nostro senso comune del sentirsi appartenenti ad una cultura (non bandiera, non confini, non frontiere), ad una comunità fatta di gesti, di detti, di incroci di sguardi luminosi quando, a qualsiasi latitudine, da Bolzano a Lampedusa, escono Totò e Troisi, benché siano entrambi napoletani, sono anche molto italiani. Miseria e Nobiltà è patrimonio nazionale. Con buona pace di Salvini.

Visto al Teatro Sala Fontana, Milano, il 15 dicembre 2015 (fino al 3 gennaio ’16)