toghe interna nuova

C’erano professioni che nell’immaginario collettivo avevano un alone di solennità. Non è più così: dalle aule di giustizia si evade per entrare nel recinto della politica.

L’uragano Di Pietro ai tempi di Mani Pulite a Milano indusse schiere di giovani a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza per diventare, anch’essi, fustigatori del mal costume. Quando il Tonino nazionale si strappò la toga di dosso platealmente e fondò un partito diventando in un amen ministro e leader, il sogno di una generazione si infranse. E allorché quella generazione comprese che i processi servivano, non solo a fare pulizia, ma anche a facilitare carriere parlamentari e di governo, cominciò lo scontro. Politica contro giudici e viceversa. Nessuno poteva immaginare che tolto di mezzo il nemico Berlusconi, la battaglia sarebbe ripresa, acerrima, regnante a palazzo Chigi un personaggio uguale e contrario: Matteo Renzi. Il quale, paradossalmente, ha limato le unghie alla magistratura più di quanto non sia riuscito all’ex Cavaliere.

Il ragazzo di Firenze ha ridotto da 45 a 30 giorni le ferie di Vostro Onore; elevato la soglia di rivalsa (responsabilità civile) a favore delle vittime di errori giudiziari; limitato il ricorso alle intercettazioni nelle indagini dei pubblici ministeri, previsto un aumento dei termini di prescrizione. Che sono il vero fallimento della giustizia giusta. Apriti cielo. Un Csm indebolito da faide interne ha alzato la voce, l’Associazione Magistrati ha gridato di più, il governo ha fatto spallucce, la fiducia degli italiani nei confronti dei due poteri, fondamentali se restano separati, ha perso nuovamente quota.

In compenso, ed è questo il lato curioso della faccenda, una politica in crisi di autorevolezza (50 elettori su 100 non votano più), tenta il recupero, assoldando volti nuovi della magistratura quando c’è da eleggere un sindaco, un governatore, un deputato, un senatore. Oppure c’è bisogno di incaricare guardie speciali per tenere a freno ladri normali.

E queste guardie sono sempre di più: il salto della quaglia da un tribunale a una commissione o a un pubblico ufficio amministrativo è diventato prassi. Comandare è meglio che fare l’amore, dice — con altri termini — un proverbio siciliano. In verità, l’alcova del comando che non conosce pause è quella di chi opera nel nome del popolo italiano. La scritta campeggia sulle prime pagine di sentenze e ordini di cattura.

C’erano professioni che nell’immaginario collettivo avevano un alone di solennità. Chi le esercitava era come investito da una sorta di mandato, quasi una missione, quella monastica, di cui erano depositari laici i magistrati: una volta varcata la soglia di una camera di consiglio ne sortivano solo per andare in pensione, fatti salvi i cambiamenti di sede dovuti allo svolgersi naturale della carriera. Questo pensava la gente, e l’esercizio non prevedeva sospensioni, ripensamenti, mutamenti di fronte. Era un esercizio per sempre.

Non è più così: dalle aule di giustizia si evade per entrare nel recinto della politica. E c’è anche il caso della marcia indietro con ritorno al punto di partenza. Una porta girevole, insomma. Non è bello, anche se assolutamente legittimo, sia chiaro, vedere che sacerdoti dell’imparzialità si pieghino a liturgie estranee al privilegio di stare al di sopra e al di fuori delle parti. Ma ci rendiamo conto che nell’epoca del relativismo, ribadire questo concetto risulta inutile e stucchevole. Il fenomeno tra l’altro non è nuovo. Che cosa spinga un procuratore, un presidente di tribunale a lasciare un potere forte per infilarsi nelle schiere di un altro, apparso storicamente debole, è interrogativo per filosofi e psicologi. O semplicemente per strateghi della carriera. Ma che cosa si perde, in Italia, a causa di queste trasmigrazioni aggravate e continuate è risposta pronta: si perde la certezza che i processi celebrati in Italia siano processi e basta. Nella vita si cambia.

La giustizia però la si vorrebbe immune da contagi e confusioni soprattutto quando ad alimentarli sono personaggi divenuti simboli di stagioni giudiziarie storiche. Ma tant’è. Un partito non offrirebbe mai scranni a chi non simboleggia nulla.

di Claudio Bottan