“Quando ero premier le banche erano in buone condizioni e nessuno ne chiedeva il salvataggio. Il vero salvataggio lo facemmo ridando solidità ai titoli di Stato“. Lo sostiene l’ex presidente del consiglio, Mario Monti, che considera il maxi salvataggio pubblico del Monte dei Paschi di Siena una “cospicua eccezione senza alcun onere per i contribuenti“. A chi gli rinfaccia di non aver messo gli istituti in sicurezza lasciando crescere il bubbone, il professore, in un’intervista a Repubblica, replica sostenendo che all’epoca del suo esecutivo le banche italiane “erano nel complesso in buone condizioni”, ma “tutte correvano un grande rischio, legato ai molti titoli di Stato detenuti. Il vero salvataggio ha avuto luogo grazie alla ritrovata solidità dei bond. Questa è stata ottenuta con il serio impegno del Paese ma senza ricorrere al fondo europeo salva-Stati“. Quindi, è il ragionamento, “se l’Italia fosse stata salvata con i soldi degli altri Paesi, certo non avremmo potuto far prevalere la nostra linea nel giugno 2012. E per molti anni i presidenti del Consiglio italiani, sottoposti alla troika a Roma, si sarebbero presentati a Bruxelles a voce bassa e a testa bassa”.

Quanto al nuovo meccanismo si salvataggio degli istituti in crisi, che prevede il contributo di azionisti e correntisti sopra i 100mila euro al posto di quello di tutti i contribuenti, Monti ricorda che “L’Europa con il pieno consenso dell’Italia ha scelto la via del bail in nell’agosto 2013. Il tempo per prepararsi non è mancato, speriamo sia stato utilizzato bene”. E ancora: “Il bail in è un meccanismo nuovo perché fa leva sul senso di responsabilità individuale e non sul tradizionale principio dello Stato provvidenza che paga per tutti. Se andiamo avanti così, con i politici dell’opposizione e della maggioranza che fanno a gara nell’uso strumentale delle preoccupazioni dei risparmiatori, al contagio ci andremo dritti”. Con il conseguente rischio concreto di dover incappare negli aiuti di Stato comunitari: “Sarebbe paradossale che l’Italia, salvatasi con le proprie forze nella situazione molto più grave di fine 2011, dovesse mettersi alla mercé della benevolenza altrui proprio mentre reclama un peso maggiore in Europa”, commenta Monti.

E alle accuse di essere stato un presidente del consiglio eccessivamente subalterno alle direttive della Merkel, il professore replica che i “pugni sul tavolo avrebbero infranto non i dogmi tedeschi, ma le mani dell’Italia. Invece sono stati quei dogmi a cominciare ad infrangersi di fronte alla forza delle nostre argomentazioni, condivise da altri Paesi”. E aggiunge: “Il mio scopo non era battere la Germania, ma completare l’uscita dell’Italia dalla crisi finanziaria e far sì che l’intera Eurozona si dotasse di una rete di sicurezza”. Quanto all’equilibrio dei poteri in Europa, dove secondo molti osservatori la bilancia pesa troppo a favore di Berlino, secondo Monti “l’Europa ha grande bisogno di visione e concretezza. Il modo migliore oggi per conquistare più peso non è reclamarlo, ma è utilizzare anzitutto meglio quello che esiste, ad esempio i fondi strutturali , e poi dare una spinta all’avanzamento verso un’Europa migliore. Oggi molti leader che dicono di volere più Europa in realtà la usano per cercare di trasformarla in consenso elettorale nazionale”.