I sondaggi valgono quel che valgono. E i primi che dovrebbero ricordarselo sono i 5Stelle, che nel maggio 2014 erano dati alla pari o addirittura in sorpasso sul Pd, poi Renzi li doppiò alle Europee 40,8 a 21. Però quei sondaggi erano viziati da un fattore imponderabile: la presa sugli italiani di un premier nuovo e tutto da scoprire e degli 80 euro in arrivo a milioni di elettori all’indomani del voto. Fu così che i sondaggisti subirono lo smacco più clamoroso della storia. La qual cosa non si ripetè alle Amministrative di primavera, dove con qualche dose di approssimazione riuscirono a cogliere il primo momento di vera difficoltà di Renzi, poi confermato dalle urne (soprattutto per la perdita secca del mondo della scuola, tradizionale bacino di voti del centrosinistra). Ora quel trend – non ancora una crisi, ma un forte appannamento – prosegue per altri fattori negativi: il flop del Jobs Act (appena 2mila posti fissi in più in un anno, al costo spropositato di 3 miliardi di incentivi alle imprese), la ridicola battaglia sui decimali del Pil (previsto dal governo a +1% e invece stagnante al +0,7) e lo scandalo delle banche. Che non è solo lo scandalo Boschi: è molto di più. Con la sua propaganda facilona, e con qualche dato timidamente incoraggiante, Renzi era riuscito a invertire l’umore dell’opinione pubblica, diffondendo la sensazione che l’economia volgesse ormai al bello stabile.

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Il crac delle quattro banche, con i truffati in piazza e i conflitti d’interessi della famiglia Boschi (strettamente intrecciata con la famiglia Renzi), è una doccia gelata sui bollenti spiriti dell’ottimismo obbligatorio. Dopo anni di mantra “il sistema bancario è solido”, si scopre che la realtà è ben diversa e l’effetto domino rischia di risucchiare altri istituti di credito già pericolanti. La figuraccia epocale di Banca d’Italia e Consob, cioè degli arbitri che avrebbero dovuto vigilare e invece tenevano sostanzialmente il sacco alle banche del buco, è un altro elemento di sfiducia: dimostra che, dopo i mille “mai più” pronunciati dopo i crac Cirio e Parmalat, le scalate bancarie dei furbetti del quartierino e il caso Mps, non è cambiato nulla. Anzi proprio l’ansia di rassicurare che “il sistema è solido” a dispetto dei santi e dei conti ha indotto organi di vigilanza e governo a nascondere la polvere sotto i tappeti rinviando il redde rationem a babbo morto: ispezioni continue, rapporti durissimi sui dissesti, multe ai Cda, ma al contempo notizie omissive e persino false trasmesse ai risparmiatori perché continuassero a fidarsi, finendo cornuti e spennati.

Ora, con le nuove regole europee lasciate scadere dagli ultimi tre o quattro governi senza far nulla, non possono più essere rimborsati con denaro pubblico (cosa che invece è avvenuta nel resto d’Europa, dove i governi si sono mossi per tempo prima che calasse la mannaia del bail-in).

Tutto ciò basta e avanza a spiegare il sondaggio di Nando Pagnoncelli sul Corriere, più credibile di altri perché non cristallizza una vibrazione momentanea, ma registra una tendenza costante di tutto il 2015: la continua emorragia di consensi dal Pd e FI verso i 5Stelle e la discesa in picchiata del gradimento del governo Renzi (39%), ben al di sotto del punto più basso toccato dai suoi predecessori Monti (45) e Letta (40). Matteo, almeno per le banche, paga anche le colpe dei governi precedenti, perché i nodi vengono al pettine ora che c’è lui. Ma certo non lo aiutano le mirabolanti imprese di suo padre Tiziano con gli outlet in tandem con l’ex presidente (indagato) di Banca Etruria, né quelle di papà Boschi che mettono in serio imbarazzo la figlia e tutto il governo. Il Pd, che a febbraio era al 36,8%, ora è al 31,2, mentre i 5Stelle sono balzati dal 19,8 al 29,1. Con un distacco che s’è ridotto da 17 a 2 punti. Siccome poi la politica è sempre più personale, c’è anche una questione di facce: ora che si appannano le figure di Renzi e Boschi, simboli del Pd e del governo, alle loro spalle c’è il vuoto (basti pensare che si fanno rappresentare in tv dai Rondolino e dai Romano, noti desertificatori di ascolti e di consensi).

Il M5S invece, ora che ha il volto del direttorio a cinque e soprattutto del duo Di Maio-Di Battista, fa breccia anche tra i cittadini meno arrabbiati e più anziani, che il duo Grillo-Casaleggio non riusciva a intercettare. Dà l’impressione di avere studiato e di fare seriamente l’opposizione, distinguendo la battaglia politica che li vede saldamente contro il governo (la mozione di sfiducia anti-Boschi li ha accreditati come unici avversari di Renzi, facendo sparire dai radar il centrodestra) dalle scelte istituzionali dove gioca responsabilmente le sue partite (per esempio collaborando a eleggere i giudici della Consulta, con nomi di prim’ordine come Modugno). Se però i 5Stele pensano che i sondaggi si tradurranno automaticamente in voti, sbagliano di grosso. I sondaggisti lavorano in camera iperbarica, lontano dal clima elettorale. Quando si avvicineranno le urne, la propaganda di grandi giornali e tv (tutti schierati con i partiti tradizionali) si farà sentire; i poteri forti italiani e internazionali che non tollerano outsider al governo si scateneranno contro di loro. E contro quella marea montante il blog non basterà. Specie se il M5S presterà il fianco alle critiche, almeno a quelle fondate: cioè se non avrà riempito i vuoti del programma (tipo in politica estera, sempre più decisiva) e deciso un chiaro sistema di selezione della classe dirigente (la richiesta di trasparenza sulle liste, come a Bologna, non si liquida con le espulsioni). Peggio un sondaggio oggi che una gallina domani.

Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2015