A pochi passi dalla Moncloa c’è la Spagna dei bar: uno per ogni 169 abitanti, un record europeo. Agli spagnoli si può togliere tutto (o quasi), ma non il bar sotto casa. Eppure negli ultimi quattro anni, sotto la legislatura dei popolari, di bar se ne sono persi circa 100mila. “Mi vien da ridere quando dicono che siamo i primi a crescere in Europa”, dice Juan Ramón, 45 anni, seduto, per l’appunto, in uno dei tanti bar de tapas, El Diamante, de La Latina di Madrid. “Non sono loro che si svegliano tutti i giorni alle quattro del mattino e passano due o tre settimane in strada, a cercare clienti. È la gente che vuole rimettere in sesto il Paese, le famiglie, i quartieri. Se ce la facciamo, è solo merito delle persone”.

Juan Ramón fa il rappresentante a singhiozzo. Adesso è disoccupato, vive con meno di 500 euro al mese. E fa parte di quella schiera di indecisi che oggi andrà a votare. “L’unica cosa che so e che non voterò il Partito Popolare, sono dei corrotti”. Se il Pil è aumentato di oltre il 3%, l’economia cresce come cresce il Paese: in modo disuguale. La disoccupazione resta ancora il tallone d’Achille, con un tasso del 21%. Tra i giovani del 48. Per intenderci, in Spagna ci sono ancora 4 milioni di persone a spasso. E le ultime cifre sulla riforma del lavoro non sono per nulla buone: secondo le statistiche ufficiali oggi ci sono 2,15 milioni di persone che non lavorano da più di due anni, un 50% in più rispetto a quattro anni fa, circa 400 mila lavoratori attivi in meno di allora (-2%) e 60mila iscritti in meno alla previdenza sociale.

Due sgabelli più in là, Juan ordina una birra: una caña costa poco più di 1 euro. Ha cominciato a lavorare a 16 anni. Oggi ne ha 26 ed è stato sempre un precario: aiuto elettricista, giardiniere, cameriere in un McDonald’s, bagnino. E non ha mai guadagnato più di 800 euro al mese. “Il lavoro che si sta creando è una mierda, precario e instabile. Perché? Perché non c’è industria. Perché con il crollo del settore edilizio è stato smantellato tutto. I lavori che si recuperano riguardano il settore dei servizi: lavori di un paio d’ore per 4 euro l’ora, senza alcuna certezza”, dice. Anche i suoi amici alternano periodi di disoccupazione a contratti temporanei. “Uno lavora nella manutenzione ospedaliera tre ore al giorno, tre giorni la settimana”, racconta. “La mia ragazza invece fa la cameriera solo nei weekend, nel turno di notte. Adesso che è Natale va bene, ma dopo, a gennaio, la manderanno a casa”. Lui, come i suoi amici, non ha dubbi a riguardo: “Stiamo tutti con Podemos. O si fa la rivoluzione o noi giovani non sopravvivremo”.

La famiglia di Rubén, 27 anni, è invece socialista da generazioni. “I miei nonni, mia madre, i miei zii, tutti votano da sempre il Partito Socialista“, sorride mentre si avvicina al bancone. “Io ancora non lo so. Forse Podemos, forse Izquierda Unida. Perché i suoi dirigenti e i sui militanti sono gli unici che conoscono i quartieri più colpiti dalla crisi. Poi, perché, soprattutto nel caso di Podemos, il finanziamento non viene da sussidi governativi o prestiti bancari come negli altri partiti, ma dal crowdfunding, che rende veramente indipendenti al momento di prendere delle decisioni. E soprattutto, perché tutti i servizi pubblici di base che ogni Stato dovrebbe garantire – salute, istruzione, pensioni – sono stati difesi soprattutto da loro. Direi che si meritano un’occasione”.

A meno di cento metri dal bar, lungo la strada che porta al famoso Rastro, il mercatino d’antiquariato di Madrid, un fruttivendolo espone un curioso cartello: Black Friday. “Torno al pueblo, ho messo la scritta per vendere tutto”, spiega María, 49 anni. Il paesino in questione è a nord, in Galizia, la regione del primo ministro Mariano Rajoy. “Lo voterò. In questo mierda di Paese è quello che fa meno mierda” dice arrabbiata. “Se fossimo in Danimarca o in Svezia, o in qualsiasi altro Stato, non m’importerebbe di votare a sinistra, ma il Psoe qui non funziona. L’abbiamo visto con Zapatero. E prima ancora con Felipe González”.

Santiago la ascolta con attenzione. Lui è cieco. Vende in zona i biglietti della famosa lotteria della Once (l’Associazione nazionale dei ciechi), un’istituzione tutta iberica. Dice che è indeciso tra Podemos e Ciudadanos. Anzi, potrebbe votare il primo partito se non fosse per la loro “strampalata” idea di referendum in Catalogna: “Non può decidere un solo gruppo sul futuro del Paese. O votiamo tutti o niente”. Di Iglesias non gli piacciono le dichiarazioni sugli attentati di Parigi, perché crede che l’Isis si può combattere solo militarmente. “Ciudadanos ha un discorso più chiaro: da centrodestra moderato. Ho il sospetto che siano dei buoni manager“, afferma. In ogni caso “non basta l’arrivo dei nuovi partiti. Bisogna cambiare il modo di fare le cose, la maniera di comportarsi, di vivere le relazioni sociali”, coincidono entrambi. “Il politico è al servizio del cittadino. Ci si sono alcuni che dopo aver preso l’auto blu non ne sono più scesi da trenta, quaranta o cinquant’anni”. I clienti si scambiano occhiate d’intesa. Su questo sembrano tutti d’accordo.

@si_ragu