Il premier uscente Mariano Rajoy si dedica alla sua solita corsetta mattutina. Oggi rimarrà al palazzo della Moncloa insieme alla sua famiglia. Il socialista Pedro Sánchez e Pablo Iglesias, leader di Podemos, hanno già i biglietti in tasca per andare a vedere l’ultimo capitolo di Star Wars al cinema. Albert Rivera, a capo di Ciudadanos, invece trascorre la giornata con la figlia Daniela, che non vede dall’inizio della campagna elettorale. È l’ora che i politici facciano silenzio e lascino la parola agli spagnoli. La notte elettorale che si è chiusa ieri è di sicuro la più incerta della storia democratica del Paese, con quattro partiti in lotta e il dubbio sui necessari patti per una formazione di governo. Negli ultimi giorni i candidati hanno cercato di strappare voti per separarsi dai competitori. E ieri sera l’hanno fatto per l’ultima volta: i popolari e Ciudadanos a Madrid, il Psoe a Fuenlabrada e Podemos a Valencia.

Fine dei convegni, degli striscioni, degli slogan. Oggi 36 milioni di spagnoli devono riflettere, pensare al futuro. Una giornata importante, dato l’alto tasso di indecisi, circa il 40%, secondo i dati del Cis. Per intenderci, 13 milioni di elettori non sanno ancora chi votare. E non c’è da riflettere solo sui risultati, stavolta anche l’aritmetica parlamentare necessaria per avere un nuovo presidente è fondamentale. Tutti i sondaggi dicono che il Partito popolare vincerà, ma con decine di seggi in meno. Il Psoe potrebbe essere la seconda forza, anche se molte statistiche lo hanno dato anche al terzo o quarto posto. Tutto questo in un clima in cui Podemos sembra risalire la china e dove Ciudadanos, proprio nelle ultime ore, cambia rotta.

Se in chiusura di campagna Rajoy si affida all’esperienza (“Per le decisioni difficili serve ben altro che andare negli show televisivi ed essere nati un quarto d’ora fa”), il socialista Sánchez fa un appello al voto utile contro “il tridente anti Psoe, composto da PP, Podemos e Ciudadanos”. “Non votarci è dare il voto alla destra”, urla dal palco. Ma stavolta per i socialisti è tutto molto più difficile: si trovano accerchiati tra due competitor forti, uno a destra, l’altro a sinistra. Ciudadanos, che riceve perfino l’endorsement dal settimanale The Economist in un articolo dal titolo Buon Natale, Spagna! (“un partito liberale per un Paese dove il liberalismo non è mai stato forte”), nell’ultimo giorno cambia perfino idea, tanto più che in campagna elettorale a nessuno piace parlare dei patti: Rivera spiazza tutti e dichiara di essere disposto ad astenersi per permettere al vincitore delle elezioni di cominciare il suo mandato. Proprio quello che gradirebbe il PP, aprendo le braccia a possibili alleanze “per il bene del Paese”. E proprio con Albert Rivera, per contrastare gli “estremisti” di Podemos.

Se c’è qualcosa che gli spagnoli ricorderanno in questa campagna elettorale – a parte gli occhiali rotti di Rajoy per un pugno in faccia – è l’espressione di sorpresa e irritazione della cancelliera Angela Merkel. Al vertice di giovedì dei capi di Stato a Bruxelles è lo stesso Mariano Rajoy a confessare alla leader tedesca che Podemos potrebbe essere la seconda forza politica più votata. L’affermazione, catturata da una telecamera, fa il giro del Paese. E Pablo Iglesias vede prossima la possibilità di vincere: “Se lo riconosce perfino Rajoy, la possibilità è molto vicina”, dice il leader di Podemos.

Nei quindici giorni di campagna elettorale il partito viola sembra essersi rafforzato. Tant’è che sono già in molti gli analisti che parlano di rimonta. Iglesias stravince nell’unico dibattito tv a quattro, emoziona gli animi nei convegni celebrati in varie città del Paese, trascorre le giornate tra la gente. Perché è proprio la “gente” il suo leitmotiv. Il suo messaggio è far capire agli spagnoli che stavolta dare un voto a lui è “fare la Storia”. “Siamo pronti per andare al governo e portare una nuova transizione nel nostro Paese”, dice a chiusura di campagna. E poi aggiunge: “Non ci sono più scuse per votare con le pinze al naso il meno peggio. È arrivato il nostro momento”.

Alla fine sarà l’ultimo duello (o, chissà, il primo) di una Spagna dei vecchi contro i giovani. Rajoy rappresenta l’idea conservatrice di un vecchio Paese, il Psoe l’idea più progressista di quello stesso Paese. La nuova Spagna che promette Ciudadanos si costruirà con riforme pragmatiche, quella che vuole Podemos è basata su principi morali di uguaglianza. Domenica sapremo chi voterà col cuore e chi con la testa.

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