A fare le spese dei tagli ai Comuni sono le scuole. Se nel 2010 gli istituti che usufruivano dello scuolabus erano oltre il 32%, oggi sono scesi al 25,8%. Così per quanto riguarda la mensa scolastica sono sempre meno (5,3%) le amministrazioni che offrono un pasto interamente biologico.

Ma non solo. Gli enti locali fanno sempre più fatica a garantire la manutenzione ordinaria degli edifici: nel 2011 si erano spesi 47.662.389 euro mentre nel 2014 il capitolo si è ridotto a 37.022.709. Una fotografia che si inserisce in un contesto che, nonostante i soldi investiti dal governo, cambia poco: il 39% delle scuole necessita di interventi di manutenzione urgente, il 29,3% si trova in aree a rischio sismico, il 10% in aree rischio idrogeologico e il 10,4% in aree a rischio vulcanico. Sono, poi, ancora davvero poche le scuole costruite con criteri di bioedilizia: solo lo 0,6%, mentre l’8,7% quelle edificate con criteri antisismici.

A denunciare questa situazione è il XVI rapporto di Legambiente sull’ecosistema scuola. L’associazione in poche parole definisce il quadro della situazione: “In evoluzione ma non supera le storiche sperequazioni”. Secondo Legambiente “resta elevata la differenza tra territori ma anche tra città della stessa regione” e “i bandi per scuole sicure, belle nuove e sostenibili non riescono ad essere uno strumento di superamento di questi svantaggi strutturali che attengono più in generale alla capacità di governance di queste politiche”. In modo particolare nel rapporto si nota un aumento delle scuole che gli enti locali dichiarano aver bisogno di interventi di manutenzione urgente: si passa dal 32,5% dello scorso anno al 39,1% di quest’anno.

Al Sud questa emergenza non corrisponde, tra l’altro, ad adeguati provvedimenti, soprattutto nelle isole, che vedono solo poco più del 17% delle scuole interessate da interventi di manutenzione straordinaria in questi ultimi cinque anni.

Bocciata anche l’anagrafe dell’edilizia scolastica: secondo Legambiente ci sarebbero molte incongruenze nella lettura e nella trasparenza dei dati sia sul versante dell’utilizzo ai fini di una programmazione nazionale puntuale, sia ai fini di garantire accessibilità ai cittadini che vogliono conoscere la qualità delle scuole frequentate dai propri figli o nelle quali lavorano.: “La prima e più grave incongruenza – cita il rapporto – è la non esplicitazione dell’anno di raccolta dei dati dagli enti proprietari”.

A conquistare il primo posto nella classifica delle città capoluogo più virtuose sul fronte delle buone pratiche, dei servizi e della manutenzione è, invece, Trento seguita da Reggio Emilia e Forlì. Seguono nella top ten Verbania, Piacenza, Biella, Bolzano, Pordenone, Brescia e Gorizia che entra per la prima volta nelle prime dieci. La maglia nera va invece alle città di Catania (ultimo posto), Taranto, Messina, Latina, Palermo, Catanzaro e Foggia che occupano le ultime posizioni confermando il divario tra Nord e Sud. Nella graduatoria dei comuni con il maggiore rischio ambientale troviamo, poi, anche città del Nord: Genova, Pisa, Piacenza e Torino occupano i primi quattro gradini.