Un “vuoto motivazionale grave” nella sentenza della Corte d’appello di Milano. Per questo il processo d’appello “Ruby bis“, sulle serate a sfondo sessuale a casa dell’ex premier Silvio Berlusconi, in cui sono imputati Emilio Fede e Nicole Minetti è da rifare. Sono queste le motivazioni depositate dalla Terza sezione penale della Cassazione che il 22 settembre 2015 aveva hanno annullato con rinvio le condanne di Fede (quattro anno e dieci mesi) e Minetti (tre anni).

In particolare, sottolineano i giudici, la corte d’Appello non ha accertato a carico dei due imputati fatti concreti in relazione alle singole ragazze che avrebbero indotto a prostituirsi nonostante la “meticolosità con la quale si è soffermata sui concetti generali in tema di prostituzione, induzione e favoreggiamento”. L’unico episodio specifico che è stato provato è il ruolo di intermediario svolto da Fede nel far prostituire Ruby. Il 14 febbraio 2010. Fu infatti l’ex giornalista del Tg4 a portare ad Arcore la ragazza marocchina, allora minorenne, dopo l’invito di Lele Mora.

Le motivazioni d’appello – si legge nel verdetto della Cassazione – presentano profili di illogicità manifesta anche perché mancano i necessari riferimenti alle condotte cosiddette individualizzanti con le quali si sarebbe dovuta accertare la responsabilità specifica in concreto, e non in astratto, dell’imputato Fede rispetto alle ragazze”. Stesso discorso per le responsabilità attribuite alla Minetti. Inoltre non si possono trarre elementi di certezza  dalle dichiarazioni delle ragazze presenti alla serate di Arcore (Ambra Battilana, Fadil Imam e Chiara Danese) perché “costoro riferiscono solo del sistema in voga ad Arcore al quale esse avrebbero assistito”. Per questo motivo nell’appello bis si dovrà verificare se anche queste ragazze abbiano partecipato, con quali modalità e in che occasione.

Sul fronte Ruby ter, indagine scaturita dalle presunte false testimonianze in favore degli imputati dei due processi principali, il gip di Milano Stefania Donadeo ha archiviato la posizione di Giorgia Iafrate, il funzionario della Questura di Milano, di turno la notte del 27 maggio 2010 in cui Karima El Mahroug, in arte Ruby, venne portata in via Fatebenefratelli per essere identificata. Ascoltata di recente nell’inchiesta coordinata dai pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, Iafrate era accusata di aver detto “il falso” deponendo come teste nel processo Ruby a carico di Silvio Berlusconi, poi finito con l’assoluzione in Cassazione.

La sua versione non era pienamente corrispondente con quella fornita dal pm dei minori Annamaria Fiorillo, ma di recente la procura – che aveva chiesto l’assoluzione per la poliziotta – è sembrata propensa ad accogliere l’idea di un malinteso tra le due. Oggi per la funzionaria Iafrate, difesa dal legale Gian Luigi Tizzoni, arriva l’archiviazione dall’accusa di falsa testimonianza.