La decisione della Federal Reserve americana di alzare il costo del denaro (di un quarto di punto percentuale) era ormai scontata, dato che la stessa presidente, Janet Yellen, lo aveva chiaramente fatto capire in tutti i suoi discorsi pubblici degli ultimi due mesi, ed era attesa specialmente da tutte le banche, grandi e piccole che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, vedevano ormai quella politica monetaria (dei tassi a zero) quasi come una “palla al piede” sulla loro completa operatività.

Usa, la Fed alza tassi: è la prima volta da 2006

Ma quello che desiderano i banchieri non sempre, anzi forse raramente, coincide con quello che desiderano imprenditori e consumatori, e coloro che in campo pubblico li rappresenta, cioè i politici, che però a loro volta sono divisi su ciò che è buono per loro e ciò che invece non lo è.

Ne emerge perciò una situazione che più fluida e divergente di così non si potrebbe nemmeno pensare.

Oltre alla situazione di fatto di ciò che fanno i maggiori banchieri centrali del mondo, con le due maggiori banche centrali, la Fed (Federal Reserve americana) e la Bce (Banca Centrale Europea) che attuano in questo momento una politica dei tassi addirittura divergente, cioè tassi ancora in discesa e persino sotto lo zero (la Bce), mentre sono ora tornati a salire quelli americani (la Fed), (vedasi anche “Crisi, si difendono sempre gli interessi delle banche, mai quelli dei cittadini“), c’è il grosso punto interrogativo di come reagiranno i mercati a questo cambio di rotta che non potrà non influire in qualche modo sull’andamento di quella che è ancora la più importante moneta del mondo, cioè il dollaro.

Su tutta questa profonda problematica fa un interessantissimo commento, in un articolo dal titolo “On Us interest rates” riepilogativo delle posizioni di tutti maggiori macroeconomisti del mondo, Anatole Kaletsky, che cita le ripetute stigmatizzazioni di Stiglitz (Nobel Economia 2001) verso un rialzo dei tassi (ora attuato) che considera tuttora prematuro. Ma cita anche Gita Gopinath (Harvard) che considera la politica monetaria attuata dalla Fed una “distrazione” dal suo effettivo mandato di tutela contro i pericoli di inflazione della moneta (peraltro attualmente inesistenti, ndr) e Stephen Roach, già capo economista alla Morgan Stanley, che addirittura descrive come “fatale errore” quello attuato dalla Fed di mantenere cosi’ a lungo (più di 5 anni) il tasso di riferimento delle banche così basso. In questo modo la Fed invece di comportarsi come agente della stabilità è diventata motore di instabilità, dice Roach.

Un altro recentissimo premio Nobel, Robert Shiller (2013) considera anch’egli errata, in quanto mantenuta per troppo tempo, la politica di tassi così bassi, perché procura anormale “surriscaldamento” nei mercati immobiliari e nel settore del risparmio a reddito fisso (obbligazioni), che potrebbero generare alla lunga pesanti correzioni dei mercati e possibili nuove recessioni (specialmente nelle economie emergenti).

Su questa posizione è anche Nouriel Roubini, che addirittura cita come già parzialmente in atto una “correzione” in alcune economie emergenti.

In sintesi dunque, benché tutti i maggiori macro-economisti siano d’accordo sull’utilità del sostegno monetario alle economie nei periodi di crisi, le divergenze sorgono quando si tratta di stabilirne l’entità e la durata.

Stiglitz (ma anche Krugman e altri) sostiene per esempio che benché la Fed abbia fatto molto con la propria politica monetaria a sostegno dell’occupazione, tuttavia non ha fatto abbastanza e, soprattutto, non abbastanza tempestivamente e adesso, pressata da alcuni poteri forti e da molti politici, abbia ceduto in anticipo sulla tempistica necessaria, con un rialzo dei tassi che potrebbe raffreddare di colpo (come avvenuto in Europa nel 2011, ndr) la ripresa che finalmente, da un anno circa, accarezza l’economia Usa.

Di questo parere sembrano essere anche i giapponesi (gravemente puniti con un ventennio di depressione economica dovuta alle loro incertezze sulla politica monetaria) che per bocca di Koichi Hamada, capo economista di Shinzo Abe, avvertono che “Credere che la politica monetaria sia cosa di poco conto è stata la peggiore idea della storia economica”.

Anche Larry Summers, già segretario al Tesoro con Clinton, professore e poi presidente ad Harward (sarebbe anche l’attuale capo della Fed, scelto da Obama, se il partito repubblicano in blocco non avesse messo il veto su di lui) avrebbe preferito aspettare ancora un po’ a muovere al rialzo i tassi Usa, benché cosciente che il prolungamento della politica dei bassi tassi potrebbe produrre “surriscaldamento” (come abbiamo visto sopra) di alcuni elementi macro-economici.

Nel recente articolo sul Washington PostWhat the Fed got wrong, and what it should next” (Dove ha sbagliato la Fed e cosa dovrebbe fare adesso) cita in particolare tre punti di rischio: 1- Il possibile rapido surriscaldamento dell’economia con necessita’ di dover immediatamente invertire la rotta (riportando i tassi a zero o sotto-zero); 2- Per contro, mantenendo i tassi a zero (cosa che, oggi sappiamo, la Fed non ha fatto) si potrebbe creare una instabilità permanente dovuta alla percezione di incertezza sul da farsi; 3- Lasciando i tassi a zero la Fed si troverebbe nell’impossibilita’ di intervenire con una riduzione dei tassi (salvo portarli sottozero come in Europa) in caso di precoce raffreddamento dell’economia dovuto ad altre cause esterne.

Summers continua con tutta una serie di ragionamenti sul pro e contro macro-economico derivante dall’aumento del tasso di riferimento Usa, (impossibile in questa sede citarli tutti) che evidenziano tutta la sua enorme esperienza maturata in questo campo.

In conclusione però sostiene che, benché ormai il lieve rialzo dei tassi fosse inevitabile (anche in relazione alla credibilità stessa della Fed) tuttavia sarebbe anacronistico sostenere che un mantenimento sulla linea del tasso zero avrebbe costituito una ammissione di situazione patologica dell’economia Usa.

Egli, insieme a diversi altri economisti di fama (inclusa la stessa Yellen), è dell’avviso che non ci sia alcun reale rischio di surriscaldamento dell’economia, e che non ci possa in alcun modo essere attualmente un pericolo di inflazione fuori controllo. (Sarebbe perciò stato meglio, in definitiva, mantenere il tasso a zero).

Il pericolo reale è invece dato dal rischio che un rialzo dei tassi (ora già  avvenuto) possa mettere in moto tutta una serie di spostamenti di flussi finanziari globali che potrebbero inasprire le già presenti tensioni e debolezze nei mercati, con la caduta in recessione delle economie più deboli (che potrebbero quindi avviare una reazione a catena, ndr).

Il mio personale parere in conclusione?

Hanno ragione Stiglitz, Krugman e Summers. La Yellen (con tutto il board della Fed, che per solidarietà ha votato all’unanimità per l’aumento) è stata forzata da un pressing prolungato cui non ha potuto resistere oltre dopo il diniego già praticato circa tre mesi fa, ma adesso bisognerà vedere dove andranno a sbattere sia l’onda breve che l’onda lunga dei mercati finanziari… che sono come i terremoti: non è possibile prevedere esattamente come, dove e quando colpiranno (ma sappiamo che ci saranno!).

Dallas, Texas