floresÈ un periodo di grande frenesia per il cantautore veneto Marco Iacampo, “ma va bene così”, dice, “è il contrappasso per altri momenti di calma assoluta…”. Ci sentiamo la mattina in cui sui siti internet e social impazza la notizia della morte del cantante Scott Weiland, ex  frontman della band grunge Stone Temple Pilots: “Beh, era messo male da un bel po’, se non sbaglio entrava e usciva dalle cliniche per disintossicarsi”. Sui social nel frattempo iniziano a girare le oramai classiche catene di post strappalacrime in cui tutti si dicono dispiaciuti e grandissimi fan della rockstar scomparsa: “Ne sono abbastanza fuori – afferma Iacampo – ma sono dinamiche che non capisco tanto. Credo che siano tutti modi per dire ‘guardate che ci sono anch’io, sappiate che sto soffrendo, vi siete ricordati di salutarmi questa mattina? Magari uno ha bisogno anche di un sostegno virtuale alle volte…”. Sostegno di cui anche lui avrebbe bisogno, ma in altro modo: il 23 ottobre scorso è uscito il suo secondo disco solista, intitolato Flores, ed è proprio da qui che partiamo.

Marco come è stato accolto il tuo nuovo album?
Direi benissimo a giudicare dai feedback che ottengo ai concerti. Sono felicissimo, penso di non avere mai ottenuto giudizi così positivi dalla gente… a 40 anni mi va bene così. Dopo l’esperienza nella band Elle e un progetto solista chiamato GoodMorningBoy, dal momento in cui ho incominciato a scrivere come Iacampo ho sentito che era un modo ulteriore per definire il mio cambiamento nella scrittura, nella coscienza, insomma un segno di una certa maturità acquisita.

Come mai hai deciso di dargli un titolo floreale?
Quando stavo cercando un nome per il disco volevo un nome femminile, anche se è stato ispirato dal secondo nome del mio manager Paolo Naselli. Ed è stato un po’ una benedizione, questi fiori sono sbocciati in diversi modi.

La copertina di Flores è una sorta di dipinto: nel disco c’è anche un brano intitolato Pittore elementare. Mi chiedevo a quale opera o artista assoceresti questo album?
A me piace molto un vignettista, Saul Steinberg, che ha lavorato anche per il New Yorker, un tipo molto divertente ma anche attento e intelligente. Con piccoli tratti e idee bizzarre, utilizzando un linguaggio che potrebbe sembrare naïf è in grado di esprimere concetti molto profondi. Per la copertina del mio disco precedente Valetudo mi ero ispirato proprio a lui. Un altro artista a cui assocerei Flores è Pablo Picasso: il modo di lavorare la mia musica, attraverso il gesto, come per Picasso, è fondamentale. Il mio metodo di scrivere cantando, senza appuntare le idee su un foglio, rendendolo un lavoro più gestuale e di movimento che intellettuale, un po’ simile al metodo di Picasso nel creare le sue opere lo è.

Potresti descrivermi il mondo che è contenuto in Flores e che ha ispirato le canzoni?
Tu cosa ti sei immaginato?

Una campagna vasta e incontaminata, con tanti alberi intorno…
Beh, in qualche modo alla natura mi ispiro anche per cercare di capire le cose della vita. Sì, vivo in campagna ma vivo in campagna anche se vivessi a Milano. E nella città lombarda ci ho vissuto per circa otto anni e durante quel periodo continuavo a disegnare alberi. Flores parla molto di relazioni umane e quasi sempre, in tutte le canzoni, c’è una soluzione semplice per quelle che sono relazioni complicate. Molte volte sono le parole semplici, spesso legate alla natura o alla naturalità che aiutano a dare il meglio, a fare uscire il meglio di sé. Vivo in una fattoria a poca distanza dalla Laguna di Venezia, dove c’è la nostra sala prove e per questo do una mano nei lavori manuali, tra galline e capponi…

Hai una bella vista da lì…
Qui la pianura è piatta fino alle Alpi, però c’è una bella vista sulle montagne. E quando il cielo è limpido si vedono benissimo anche le Dolomiti e le Alpi Friulane. È un posto veramente magico e d’ispirazione. Il disco racconta esperienze personali che diventano universali, passioni che danzano tra ragione e follia. Parlo non solo di cose che conosco, ma anche con parole che conosco. Parole semplici, piuttosto che complicate. Preferisco usare due parole semplici e metterle vicine piuttosto che usarne una sola ma complicata. Magari si forma qualcosa di particolare.

Come definiresti questo disco musicalmente?
È una sorta di ricerca di folk universale, con un approccio però acustico: è quello che forse voleva fare la World Music negli anni Ottanta, ma con tastiere e chitarre elettriche. Non disdegno la musica di Pat Metheny e ciò che ha fatto Sting con le sue incursioni nel genere provando a unire i vari linguaggi. Spero di essere riuscito a rispettare nelle canzoni l’aspetto melodico e testuale e di non averle sovraccaricate di suggestioni strumentali. Ma, in verità, spero di essere più ascoltato che compreso.

Qual è la canzone contenuta in Flores che più ti rispecchia?
Beh, tenderei a dire tutte, ma forse la canzone che mi racconta meglio è Ogni giorno e ogni ora in cui, in maniera un po’ distaccata, guardo alla mia vita, a cosa ho imparato, da chi l’ho imparato… E poi parlo del cantare, una cosa che credo di aver imparato a fare da solo, ascoltandomi giorno dopo giorno, anno dopo anno. È una canzone per me importante.

Come nasce un brano come Palafitta?
Nasce dopo aver fatto l’amore. Hai beccato proprio la canzone giusta… È una visione che è venuta fuori, chiara e allo stesso tempo incomprensibile: ogni volta che ho una visione di questo tipo, gioco su questi due binari chiarezza-incomprensibilità che danno la tensione giusta per creare. Credo che non può esserci creazione se non c’è tensione. Palafitta è la visione di un posto lontano dove non sono mai stato che però in qualche modo mi chiama.

In un brano canti “Cerco nelle canzoni la formula magica”. Sei riuscito a trovarla?
È una continua ricerca e a volte ci si sente impotenti rispetto alla vita e si tenta in ogni modo di ottenere quel che si vuole. Spesso non è possibile e in quella canzone si arriva quasi alla follia. Per fortuna ci sono i santi ai quali mi affido. E la magia. Penso che chi scrive canzoni lavora con delle formule magiche. Per certi versi credo che la formula magica l’ho trovata. A tutte queste canzoni fatte di domande, di attese, di grandi dubbi e piccole certezze, il titolo restituisce una risposta silenziosa. Com’è la fioritura: un’esplosione silenziosa. Senza parole ma dirompente. Fioritura di canzoni, di strade, di relazioni e progetti.

Quali sono le tue ambizioni?
Poter viaggiare grazie alle mie canzoni. Girare il mondo è quello che mi interessa. Infatti col progetto GoodMorningBoy cantavo in inglese appositamente, per poter uscire fuori dei confini. Vorrei viaggiare non come turista ma da musicista. E forse è proprio per questo che non ho viaggiato molto. Ma è un obiettivo a cui sto lavorando molto. Sono tornato da poco da una tournée in Spagna ed è stato un piccolo traguardo raggiunto: la mia voce e le mie melodie sono state molto ben recepite dagli spagnoli.

Se ti chiedono che lavoro fai cosa rispondi?
Il mio lavoro? L’artista. Sì, sono un artista, è quello che faccio da un po’ di tempo ed è bello secondo me. Certo, ho fatto di tutto nella vita, dal trasportatore alla maschera, dal facchino al lavapiatti. Ho lavorato per mesi nelle cucine a Londra, e lì ho sentito cantare. Forse per la prima volta in vita mia. I canti dei neri mentre lavavano i piatti erano una cosa magnifica, li farei sentire a X Factor. Ricordo una ragazza di colore che cantava mentre puliva i bagni. Per il riverbero naturale delle piastrelle del bagno pensavo che la melodia provenisse da una radio. E invece mi ritrovo davanti questa ragazza di colore col mocio in mano con una voce pazzesca…

Hai una tournée in programma?
Le date le trovate sul mio sito www.iacampo.it