Non bastavano gli insulti razzisti e l’espulsione subita per Amadou Diawara, nel giro di tre giorni arrivano a corredo anche la beffa della squalifica del Giudice Sportivo e un titolo della Gazzetta dello Sport : “Perotti, 3 giornate di stop. Un turno al gorilla Diawara”. Uno scivolone, nella migliore delle ipotesi. Un orribile titolo razzista, nella peggiore. I fatti calcistici sono oramai noti. Sabato scorso, dopo il gol della vittoria del Bologna sul campo del Genoa messo a segno in pieno recupero da Rossettini, il giovane calciatore guineano naturalizzato italiano, una delle più belle sorprese della stagione, dopo avere abbracciato il compagno festeggia sotto la curva dei tifosi rossoblù mimando la danza del gorilla. Un gesto che gli costa la seconda ammonizione (e quindi l’espulsione), ricevuta dall’arbitro Di Bello, che su segnalazione dell’assistente sventola il cartellino giallo “per avere, al 47’ del secondo tempo, rivolto ai sostenitori della squadra avversaria un gesto insultante”. In realtà gli insulti, come i fischi e gli ululati razzisti, sono quelli che Diawara si è sentito rivolgere contro per tutta la partita.

“Ero felicissimo per il gol all’ultimo minuto, e dopo aver abbracciato Rossettini ho semplicemente mimato la gestualità del gorilla come reazione a degli ululati che avevo sentito provenire da alcuni spettatori – ha scritto lo stesso Diawara sul sito del Bologna, spiegando che non era “assolutamente un gesto volgare o offensivo, ma una semplice risposta a quella che ho reputato una mancanza di rispetto nei miei confronti. Sono molto dispiaciuto che il mio gesto sia stato equivocato”. Peggio dell’arbitro che lo ha ammonito, ha fatto il Giudice Sportivo, che lo ha squalificato per una giornata: senza sanzionare il pubblico genoano e senza nemmeno menzionarne i comportamenti razzisti. Il ricordo va all’ottobre del 2010, quando Eto’o, in campo con l’Inter a Cagliari, dopo il gol reagisce agli ululati dei tifosi cagliaritani con una danza ugualmente divertente e provocatoria. Giustamente Eto’o, grande campione, non è ammonito né tantomeno squalificato. Il giovane Diawara, che non è ancora nessuno, si prende invece una giornata.

Ma non basta la squalifica, ecco il titolo di giornale della recidiva Gazzetta dello Sport. Dopo la tremenda vignetta che durante l’Europeo del 2012 paragonava Mario Balotelli allo scimmione King Kong, oggi (mercoledì 16 dicembre) nella sua edizione online per raccontare la vicenda titola “Un turno al gorilla Diawara”. Al telefono con ilfattoquotidiano.it, il direttore del sito della rosea Andrea Di Caro non fatica a condannare “l’infelice titolo”. E spiega come, appena se ne sono accorti, il titolo è stato modificato e i responsabili si sono subito scusati sui social con i lettori indignati. Dopodiché, la prima toppa messa al buco, ovvero lo stesso titolo con le virgolette alla parola “gorilla”, è stata secondo lo stesso direttore una “non riuscita sintesi giornalistica”. Al di là delle difese di rito offerte dal giornale per la sua quotidiana pratica antirazzista – oggi l’editoriale di Andrea Masala sulla faccenda era assai condivisibile – quello che sconcerta è la facilità e la leggerezza con cui nella comunicazione odierna in Italia siano stati sdoganati slogan e termini così osceni.

Il titolo di questa mattina della Gazzetta dello Sport segue di tre giorni l’editoriale sulla partita Napoli–Roma di Giancarlo Dotto su Dagospia. Bene, lo scrittore e biografo di Carmelo Bene, forse pensando di tessere le lodi del difensore azzurro, ha scritto: “Kalidou Koulibaly, da solo, solo mostrandosi, racconta di ancestrali pentoloni dove l’uomo bianco è carne da spolpare”. Ecco, qui di profondamente razzista, e non certo semplicemente “infelice”, non c’è solo la prosa: ma il pensiero che la produce.

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