Dopo l’epoca dello stagismo, quella successiva dei masterizzati, oggi i nostri giovani sono oggetto di conquista delle “sirene del Leopoldismo”. Gratificati con piccole mancette, e sterili slogan, si muovono tra numeri, annunci, incertezze, quali roboanti vuoti a perdere in cui annegano le loro speranze confrontate con la certezza: andranno in pensione a 75 anni con una miseria. Quindi se riusciranno a trovare una qualsiasi occupazione, se riusciranno a non venir scavalcati dai boschi, cancellieri o lupi di turno, se non verranno truffati assieme alle loro famiglie incastrando in derivati ed obbligazioni il proprio risparmio, se non finiranno sotto gli artigli della mafia, se resteranno tranquilli ad ascoltare dai palchi le declamazioni orali sulla meritocrazia dalla casta della mediocrazia dominante, se leggeranno i giornali giusti dei numerosi “direttori linguetta” senza lasciarsi condizionare dai nemici dello status quo, forse un posticino nella cuccia leopoldesca lo potranno ottenere.

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Insomma se arriveranno, scansando i veleni di cui abbiamo impregnato terra, sottosuolo e cielo, evitando di trovarsi in zone compromesse idrogeologicamente mentre piove, con molta fortuna e tonnellate d’ingegno, dopo aver superato gli straordinari ostacoli quotidiani che abbiamo loro predisposto su strada, treni, bus e metro, se arriveranno ad ottenere un qualche successo, sociale familiare artistico, beh, vuol dire che ci troveremo di fronte ad una generazione di super eroi a loro insaputa. Ricorderanno allora che la colonna sonora del loro viaggio è “vai alla grande o torna a casa”. Esattamente il contrario di ciò di cui oggi abbiamo bisogno, noi che pensiamo che dolcemente, umilmente e semplicemente vivere vuol dire assaporare tempo e spazio nella loro dilatazione estrema.

Il Leopoldismo si fonda sull’abbattimento spazio temporale perpetuato in piena consapevolezza ed è per questo infastidito dal ritmo democratico che come sosteneva un grande come Alex Langer si contrappone a quello antico del più veloce, più alto, più forte che ci ha condotto fin qui. Due giorni per prendere fiato e rituffarsi nella fast performance dei giovani gigli brillanti in orale ma penosi agli scritti, questa è stata questa festa col nome fascinoso e la semantica sapientemente predisposta in rigoroso stile multimediale. Come faceva Berlusconi trasformando i congressi di Pubblitalia con quelli di Forza Italia.

Dal mercato alla Camera attraverso una pipe line invisibile. Stesso ritmo, stesse modalità, stesso target, con mission diversa. Lo show pervade l’etere perfettamente deodorata con effetti speciali, mentre ci accingiamo a vivere nel tiepido calore familiare le nostre feste tra paure, stenti e precarietà. Il Leopoldismo si avvinghia tra twitter e nei social nella speranza che l’affaire Boschi sparisca tra i canditi dei panettoni o nella magnificenza di una saga stellare, senza intuire che la guerra delle stelle evoca le stelle, le 5 stelle, ormai divenuto l’incubo vero del premier.