Ho finito di leggere l’ultima fatica letteraria di Marco Verdone, “L’isola delle bestie”. Di Marco ho già avuto modo di parlare, della sua esperienza di veterinario della Casa di Reclusione di Gorgona, del suo profondo amore per gli animali, della sua applicazione dei rimedi omeopatici agli stessi.

“L’isola delle bestie” ritorna sulla sua esperienza in questo luogo e sul rapporto a tre: lui – i carcerati – gli animali cosiddetti “da reddito” che lì vengono allevati.
Al di là della condivisione dello status tra persone detenute e animali non umani (sia gli uni che gli altri alla Gorgona sono prigionieri) è davvero bello leggere del rapporto che nell’isola si crea tra detenuti, mucche, maiali e del sentimento di tristezza che nasce quando i primi debbono staccarsi dagli altri perché destinati al macello.

C’è in proposito un capitolo terribile, quello dedicato alla breve vita di una giovane mucca, Tormenta. Sì, perché alla Gorgona ogni animale ha un nome. Terribile il fatto che Tormenta capisca di essere destinata a morire. Terribile e angosciante la domanda che Marco si pone: se abbia un senso determinare così la morte di un altro essere vivente. Per cosa poi, visto che senza carne si può vivere. E bene. “Merda, che ci faccio qui con questa giovane mucca che conosco da quando è nata, che ho fotografato mentre allattava, che ho accarezzato decine di volte mentre aspettava il momento di allattare, che ho curato con i ragazzi e che ora accompagno al macello, all’esecuzione capitale…Che medico sono che accompagno alla morte i miei pazienti in perfetta salute? Perché non riusciamo a trovare un’alternativa?”

Da qui alla considerazione se non vi possa essere un nesso tra la violenza che l’uomo esercita sugli animali e quella che esercita sui suoi simili (“homo homini lupus”). Il libro così termina con la testimonianza di Edgar Kupfer-Koberwitz, pacifista tedesco, deportato a Dachau, e convinto vegetariano: “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli.”

Non è solo Edgar Kupfer-Koberwitz che si è espresso in questo modo. Tanti sono i grandi uomini che si sono schierati contro l’uccisione degli animali. Un altro deportato in campi di concentramento, il premio Nobel Isaac Singer affermò: “Spesso le persone sostengono che gli umani hanno sempre mangiato animali, come se questo giustificasse la continuazione della pratica. Secondo questa logica, non dovremmo neppure impedire l’omicidio, perché anch’esso è sempre stato praticato dall’inizio dei tempi.” Così già nell’antichità Pitagora: “Coloro che uccidono gli animali e ne mangiano le carni saranno più inclini dei vegetariani a massacrare i propri simili”, Ovidio: “La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini.”, e ritornando vicino a noi, Tolstoj, Schweitzer, Einstein, ed ovviamente Gandhi.

Certo, non è facile, lo so. Io che sono nato nella metà degli anni cinquanta dello scorso secolo sono stato anche alimentato a carne, e la carne era simbolo di emancipazione dalla povertà, dopo che l’umanità aveva vissuto due terribili guerre mondiali. Ancora oggi in Cina, con l’aumento del benessere, aumenta in modo esponenziale il consumo di carne. Secondo la Fao, tra il 1960 e il 2012, il consumo di carne da parte dei cinesi è passato da 4 a 58 chili all’anno per persona.

Lo stesso ambientalismo non ha una linea uniforme sul problema, tutt’altro.
Non è facile, lo so, ma intanto cominciamo a pensarci e, nel nostro piccolo magari, come auspica Marco Verdone, facciamo qualcosa…