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Ci avviciniamo allo scopo vero di questi post. Che tali rimarranno: ma che obbediscono ad una sorta di dovere morale: il buon vecchio Mario Riva di sessant’anni fa, aprendo il Musichiere esclamava presentando gli ospiti: “nientepopodimenoche!…”.
Ebbene, non nascondiamoci dietro un dito: stiamo puntando a delineare nientepopodimenoche!… la logica di trama e ordito di un ‘progetto di politica industriale italiana con riferimento alle nostre aziende manifatturiere’.

Attenzione: non ‘un progetto’ ma solo le ‘linee di progetto’, sulla base delle quali, ‘dopo’, e con l’aiuto di un sistema di studio e supporto quale in Italia esiste ma neppure viene immaginato di utilizzare, si possono comporre linee-guida operative che lo Stato Italiano potrà utilizzare e vigorosamente applicare (senza costrizione alcuna) per dare una (benefica, salutare, piena di fiducia nel futuro, necessaria) scossa al corpaccione oggi ‘incasinato’ del nostro sistema manifatturiero.

Nel post precedente avevamo utilizzato l’immagine di una azienda normale, piuttosto mal messa, che si affida alle arti di un ‘chirurgo aziendale’, quasi un apprendista-stregone, che però cerca di usare il cervello e l’approccio classico illuminista: prima l’analisi, dopo la sintesi. Se poi quest’ultima la condiamo con un poco di fantasia creativa, beh, non sarebbe male…

Ora, su quel tavolo operatorio, togliamo l’azienda e mettiamo l’intero sistema: e guardiamolo un po’ prima di porre mano ai ferri.
Eh no: il quadro è ben diverso: i ‘business’ (celle di prodotto/mercato) sono alcuni milioni, i più disparati: come è possibile ‘spacchettarli? Come cercare di ‘capire’?

Il professor Giuseppe De Rita (uno dei pochissimi veri ‘maîtres-à-penser’ che il nostro Paese può oggi vantare) scrisse un libro piccolo piccolo, ma dalla potenza esplosiva di una bomba all’idrogeno: Il regno inerme, oggi introvabile.
Faceva notare De Rita che il panorama delle nostre aziende manifatturiere poteva assimilarsi all’immagine di un insieme quasi infinito di isole, isolette, atolli, scogli dispersi nel vasto oceano e questa scena era corredata da un traffico continuo, mutevolissimo, ma costante e senza sosta di navi, vaporetti, natanti, che andavano da un’isola all’altra, senza una schematizzazione molto ripetitiva. Io non ci sono mai stato, ma mi si disegnò l’immagine di quegli aggregati di isole (a decine di migliaia) che costellano l’Oceano Indiano: l’immagine mi colpì molto.

L’intuizione di De Rita altrettanto mi colpì: perché è esattamente quello che penso e vado predicando – invano – da anni. Dice De Rita: “Bisogna passare dalle isole all’arcipelago”. Musica per le mie orecchie; e questa è una ‘musica’ che vale per tutte le nostre aziende, grandi e piccine, musica che deve essere fatta capire bene, portatrice di una ventata di rinnovamento profondo e necessario. Ma non è una musica nuova: vedremo come è già stata, disgraziatamente, applicata.

La visione di De Rita ebbe a combinarsi, per puro caso, con un’altra visione mia, che riguarda – ma guarda un po’ – sempre il mare.
Fin da giovane sono un appassionato della nostra storia recente: e conosco bene l’evoluzione militare del nostro Paese, in particolare la storia della nostra Marina militare. Che è una storia bellissima ma tragicamente ammazzata da una miopia fortissima: avevamo navi bellissime e molto potenti, ma poi qualche intelligentone respinse l’idea di dotarle del radar (strumento che dal 1936 avevamo prodotto per nostro conto e di cui potevamo disporre).

Passano gli anni, la nostra flotta evolve, diventa piccina piccina, niente più corazzate, niente incrociatori pesanti, per qualche tempo qualche incrociatore leggero: ma tanti cacciatorpediniere, un nugolo di MAS…
Sembrerebbe che, al massimo, possiamo fare controllo della navigazione dei nostri laghi, ma in realtà…
Ecco: una visione parallela, ‘cugina’ delle isole di De Rita: un andare e venire di piccole barche, ciascuna coi suoi siluri e il suo equipaggio, alcune efficaci, altre un po’ più asmatiche, ogni natante un comandante.

Da tempo mi pongo una domanda: ma come si fa a far la guerra così? Quanto carburante bisogna bruciare, quale raggio d’azione si rende possibile? Ma che senso ha questa sorta di ‘barcolana’ militare? Eppure proprio il nostro Paese (che inventò i MAS) di danni ne ha distribuiti tanti: erano imbarcazioni velocissime (45 nodi – almeno il 20% in più del più veloce dei cacciatorpedinieri, il 50% in più di quanto potesse filare una corazzata o una portaerei). Ovvio che il loro impiego non poteva essere in mare aperto, ma doveva scegliere condizioni da agguato, da ‘tocca e fuggi’, da ‘guerriglia: ma là erano davvero imbattibili.

Restiamo su questa immagine e facciamo un poco di brain-storming. Immaginiamo di utilizzare questo tipo di naviglio, ma organizzato un po’ come segue. Componiamo delle flotte (più di una, tante) formate da alcuni cacciatorpediniere, qualche nave appoggio, sottomarini e MAS: a capo di queste flotte poniamo uno stato maggiore, un Ammiraglio, dotato di un piano di guerra chiaro, anche se segreto. E mettiamoci per mare.
Sarebbero formazioni velocissime, invisibili o quasi al radar, dotate di armi terribili (un siluro da 450 mm è tremendo: è più potente dei più grossi proiettili di qualsiasi corazzata e colpisce sotto la linea di galleggiamento); d’altro canto, sempre restando nella visione marinara figurata, noi questo ‘naviglio’ abbiamo, l’importante è usarlo al meglio e dobbiamo cercare di farlo, perché l’economia internazionale non è un oratorio francescano: volano botte e colpi bassi: tutto è lecito, checché si dica…

D’altro canto, riflettiamo serenamente: restiamo, per comodità espressiva, nell’ambito figurato militare: noi siamo dei generali che comandano un esercito. Bene, supponiamo che qualcuno, domattina, si svegli e ci dichiari guerra: che facciamo? Accettiamo la sfida con un esercito quanto mai variegato? Disorganizzato? Aggredibile?
Ovvio che no: dobbiamo prima metterlo in condizioni di esprimere una forza reattiva, magari pure dissuasiva nei confronti dell’aggressore.
Cioè dobbiamo avere pronta una ‘strategia complessiva’. La ‘forza’ ce l’abbiamo ed è anche non trascurabile, la gente è in gamba, checché dicano fastidiose e menzognere litanie da borgo rionale; dobbiamo proprio rinunciarci?
(segue)