Minori esperti di droga e talpe che informano gli uomini dei clan sulle indagini in corso. L’inchiesta “Saggio compagno” è scattata martedì all’alba quando i carabinieri di Reggio Calabria hanno eseguito 36 decreti di fermo che hanno stroncato la ‘ndrangheta di Cinquefrondi e Anoia, nella Piana di Gioia Tauro.

Complessivamente sono 41 gli indagati e tra questi anche un poliziotto. Il provvedimento è stato emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ai fermati ha contestato i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, porto e detenzione di armi, ricettazione, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, favoreggiamento personale, traffico e detenzione di droga, estorsione, furto, traffico di monete falsificate e danneggiamento. L’inchiesta “Saggio compagno” trae origine dall’appellativo con cui il principale indagato, Giuseppe Ladini, si rivolgeva al suo uomo di fiducia Leonardo Tigani.

L’indagine, condotta dai carabinieri della compagnia di Taurianova, è stata avviata nel novembre 2013 e prende le mosse dall’operazione “Vittorio Veneto” che due anni e mezzo fa ha portato all’arresto di 8 persone accusate associazione a delinquere finalizzate al traffico di droga e armi. Tra questi anche il boss Rocco Francesco Ieranò che, secondo gli inquirenti, aveva la carica del “Vangelo” e oggi è diventato un collaboratore di giustizia.

Gli arresti e le perquisizioni sono stati eseguiti non solo in provincia di Reggio Calabria, ma anche a Vibo Valentia, a Roma e a Verbania dove la cosca di Cinquefrondi ha le sue ramificazioni.

I pm della Dda sono riusciti a disarticolare l’organizzazione mafiosa che faceva capo a Giuseppe Ladini grazie alle dichiarazioni del pentito. Il procuratore Federico Cafiero De Raho ne è convinto: “Se non ci fosse stato Rocco Francesco Ieranò a svelare l’organigramma della cosca, permettendo lo sviluppo di specifiche attività tecniche come intercettazioni telefoniche e ambientali non saremmo mai arrivati a questo risultato”.

L’inchiesta “Saggio Compagno” non poggia le sue basi solo sui verbali del collaboratore di giustizia, ma anche su un’attività tecnica che i carabinieri hanno portato a termine seguendo le indicazioni della “gola profonda”. Grazie a una videocamera nascosta davanti alla casa di Giuseppe Ladini, infatti, gli inquirenti hanno scoperto che quello era un “vero e proprio covo” della cosca. “L’abitazione del boss – ha sottolineato il procuratore aggiunto Gaetano Paci – era il fulcro delle attività della locale. Statisticamente tra quelle intercettate erano più le conversazioni in cui si sentiva parlare di armi che quelle riguardanti argomenti comuni”.

Ascoltando quelle intercettazioni, infine, i carabinieri sono riusciti a smascherare una talpa tra le forze dell’ordine. Un pezzo infedele dello Stato che avvertiva il clan della telecamera della Dda poi rimossa dal boss. “La ‘ndrangheta – ha concluso il procuratore De Raho – non può essere forte se non ha addentellati tra le istituzioni”.