L’Armando se n’è andato. In silenzio, in punta di piedi. Senza clamore, con lo stile che sempre ha caratterizzato la sua vita. Uomo determinato, abituato ad assumere decisioni e posizioni scomode e pur tuttavia senza mai lasciarsi andare al clamore della polemica. Da vecchio, appassionato, militante comunista. Che, la sempre viva mitologia della vecchia sinistra, ha amato sino all’ultimo rappresentarsi come fedelmente ancorato alla gloriosa tradizione sovietica e al mito della Rivoluzione d’Ottobre.

TESTA ALTA Non si vedeva più nel ristorante del Senato. Lo stesso che di tanto in tanto frequentava anche dopo l’uscita dalla scena politica. In molti lo avevano notato. Era interessante infatti osservarlo quando capitava che aprisse quella porta per entrare nella grande sala. Testa alta, impeccabile nell’incedere, l’andatura diritta di chi ha piena coscienza di rappresentare qualcosa e di essere comunque osservato. Capitava a Cossutta quello che succedeva a Giulio Andreotti e pochi altri negli augusti corridoi parlamentari. Uomini distanti per fede politica e militanza che si avvicinavano per stringergli la mano o salutare rispettosi. Un privilegio che tocca solo ai grandi vecchi della Repubblica. Un segno del rispetto guadagnato dopo una vita spesa per la politica.

COMPAGNO GRANITICO Se ne è andato a 89 anni, l’Armando (era nato a Milano il 2 settembre 1926). E non sapremo mai cosa ha pensato l’altro giorno di quello che le cronache hanno riferito dell’intervento del nipote Simon, cuperliano pensate un po’, alla convention di tutte le opposizione del Partito Democratico al Teatro Vittoria di Roma. Intervento tagliato per limiti di tempo. E tuttavia importante per l’impronta che le giovani leve della famiglia stanno mettendo al servizio del Pd, un partito che con gli eccessi renziani, i rimproverati distacchi dalla base, la gestione leaderistica e la linea politica distante dalle sacre tradizioni della sinistra, certamente non si può definire come qualcosa di molto vicino al granitico cossuttismo.

LINEA ROSSA Cossuttismo, certo. Quel qualcosa che lo stesso inventore tendeva a sminuire, raffreddare, spegnere. E che comunque una sua dimensione, una sua robusta matrice legata ai fasti del passato pure l’aveva. Sentitelo l’Armando cosa diceva: “Il cossuttismo non esiste”, ecco, così diceva, “e se esiste è solo togliattismo. Vuol dire un passo dopo l’altro, inverando in ogni passo le aspirazioni ideali più avanzate. E senza inutile propaganda. In una parola, il Pci. Una realtà grande e irripetibile. Da ripensare, ovviamente, in altre forme”. Una corrente di pensiero, certamente, una robusta linea rossa, una corrente politica che nel Partito comunista ha rappresentato sempre qualcosa di importante. Lo dice la biografia dello stesso Cossutta e lo dicono le scelte difficili e le posizioni via via assunte sempre all’insegna di un incrollabile filosovietismo, che ne hanno sempre fatto l’interlocutore privilegiato della nomenklatura moscovita, presso la quale è stato l’ambasciatore stimatissimo di Botteghe Oscure, anche per i rapporti commerciali intessuti dalle società del partito.

RIFONDAZIONE CONTINUA Consigliere comunale di Milano, segretario regionale del partito, parlamentare eletto prima come deputato e poi come senatore dal 1972 al 2008, membro influente della Segreteria nazionale del Pci. E poi, ancora, difensore dell’invasione russa in Ungheria nel 1956; oppositore del revisionismo di Enrico Berlinguer che, dopo l’altra invasione sovietica della Polonia nel 1981 e l’ascesa al potere del generale Jaruzelski, era arrivato a dichiarare esaurita la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre proponendo perdipiù anche il divorzio con i regimi comunisti e il blocco sovietico (il celebre “strappo”). Un curriculum sterminato, quello dell’Armando, ostile successivamente allo scioglimento del Pci (1991) e fondatore (con Sergio Garavini) del Movimento per la Rifondazione Comunista. Con il quale, in seguito, dette vita all’omonimo partito che, dopo le elezioni del 1996, arrivò a sostenere il governo dell’Ulivo guidato da Romano Prodi. E poi, ancora, fautore, dopo che il suo stesso partito guidato da Fausto Bertinotti aveva ritirato la fiducia al governo, della nascita del PdCI (parte del successivo esecutivo D’Alema) dal quale si staccò infine per i dissensi con Oliviero Diliberto sino all’abbandono definitivo, nel 2006, della scena politica.

FUORI STRADA Uscito di scena, ma continuando, quando serviva, a far sentire la propria voce. Come nel 2008, quando scese di nuovo in campo per schierarsi contro il “revisionismo culturale” che a sua avviso tendeva ad oscurare la grande epopea della Resistenza antifascista e della guerra di liberazione nazionale. Oppure, per negare l’intitolazione di una strada di Roma al fondatore del Movimento Sociale, Giorgio Almirante, “un uomo politico”, affermava, “che non è stato semplicemente un esponente della Prima Repubblica ma un fucilatore di partigiani e sostenitore del razzismo”. Perché questo era Cossutta, un uomo che non le mandava a dire e quando c’era da battagliare lo faceva con decisione estrema e a viso aperto. Come in quella lunga vicenda giudiziaria conclusasi lo scorso gennaio. E chissà quanta soddisfazione  per la notizia riportata da testate importanti e siti web sui 50 mila euro di risarcimento ottenuti dal quotidiano “Libero” per averlo definito “spia al soldo dell’Unione Sovietica” in un articolo del 2003.

MITICA SESTO Anche questo era l’Armando. Che a Fabrizio D’Esposito nel 2009 confidava comunque di aver votato alle ultime elezioni il Partito Democratico di Walter Veltroni. Dunque, non più comunista? Al contrario, rispondeva convinto Cossutta: “Ero, sono e resterò un comunista”. Con un rimpianto, però. Un grande rimpianto. Questo: “In Italia”, diceva, “ci sono milioni di comunisti che non si sentono più rappresentati. C’è da spararsi con questa povera sinistra”. E già, perchè nonostante il voto elargito al Pd, lui in fondo sempre lo stesso è rimasto: “E di che dovrei pentirmi? Sono stato tra i costruttori di un grande partito. Certo, noi siamo poca cosa in confronto ai fondatori, alla generazione di Palmiro Togliatti. Festeggio i miei 80 anni, però a 19 mi sono ritrovato segretario a Sesto San Giovanni dove il Pci aveva 18 mila iscritti in una concentrazione operaia enorme” La mitica Sesto, con le grandi fabbriche: Falck, Breda, Pirelli, Marelli. Altri tempi. E altra stoffa quella dei dirigenti che guidavano la crescita del partito in ogni angolo della penisola. Cossutta ne fa i nomi: “Napolitano a Napoli, Macaluso a Palermo, Reichlin a Roma, Pecchioli a Torino, Fanti a Bologna”. E lui, modestamente, a Milano. Un grande lavoro, una vita spesa a coltivare la passione rossa, l’ideale comunista.

MAI PENTIRSI Il tema del pentimento, appena accennato sopra, ecco una ferita sanguinante nella storia del Pci, soprattutto rispetto ad alcuni passaggi drammatici della storia italiana e non solo. Ma guai ad insistere con Cossutta. Critico e senza veli anche di fronte alle ammissioni di un leader di Botteghe oscure del calibro di Pietro Ingrao: “Non mi piace questo cospargersi il capo di cenere, crocefiggersi, fustigare quelli che, con il senno di poi, Pietro ritiene i propri errori e che finiscono per sembrare anche errori del Pci. Il pentitismo”, sentenziava l’Armando, “non è mai stato la mia vocazione, non capisco chi avverte il bisogno di pentirsi di tutto per rimettere tutto in discussione”.

ORGOGLIO COMUNISTA Pentirsi, poi, ma di cosa? Per la cacciata dei compagni del Manifesto, accusati nel 1968 di movimentismo e di eccessive simpatie verso la contestazione giovanile? “Ma con le regole del partito la radiazione era inevitabile”, sentenziava Cossutta. Per l’invasione dell’Ungheria nel 1956? “Certo, fu una tragedia e fu una sofferenza per molti, ma Togliatti non avrebbe potuto prendere una posizione diversa. C’era la Cortina di ferro e questa espressione non l’abbiamo coniata noi comunisti, ma Churchill. C’era l’equilibrio del terrore, bastava un nulla per innescare un disastro”. E comunque: “Allora ero giovane e da dirigente milanese condivisi la linea del partito. A sbagliare furono per primi i comunisti ungheresi”. Proprio così. Per non parlare di Fidel Castro. La sua dittatura? “Auspico che il castrismo evolva in un sistema pienamente democratico”, spiegava. “Ma non dimentico che lo stesso Castro ha fatto cose grandiose in condizioni drammatiche, come i 40 anni di embargo. Nel 1973 passai un’intera notte con lui, gli portai in dono la bandiera della Brigata Garibaldi dell’Oltrepò, quella che catturò Mussolini. Fidel rimase ore a farmi domande”.

SCELTE GIUSTE Testa alta, dunque, con qualche ammissione, ma sempre fiero per carità della propria militanza e della propria appartenenza. Certo, “errori ne ho fatti anch’io”, ammetteva infine il compagno Armando. “Ne ho molti da rimproverarmi, sono pronto a prendere anch’io il flagello, la cenere, il cilicio, però se ripenso alle grandi scelte ai miei occhi appaiono ancora oggi giuste“. E via con le orgogliose rivendicazioni: “Ho combattuto il fascismo, ho determinato la sopravvivenza di una forza comunista dopo la fine del Pci, ho scontato una scissione per salvare il primo governo di sinistra nella storia d’Italia. E se dopo la caduta di Prodi fossimo andati alle urne, il mio partito sarebbe decollato e quello di Bertinotti sarebbe quasi scomparso. Però, avrebbe vinto la destra e al Quirinale sarebbe salito Berlusconi. Da qui il mio sacrificio”. Come sempre, va da sé, “nell’interesse del Paese”.

Ciao, Armando, la terra ti sia lieve.

@primodinicola