Mario_DonderoLa “colpa” è stata mia e di Vauro. Mia perché con Mario ci conoscevamo da quando ero bambino, è sempre stato di famiglia avendo diviso lavoro e battaglie con mia madre. Poi Emergency è diventata la mia seconda famiglia, indipendentemente dal fatto che poi ho anche sposato Cecilia Strada: con gli operatori e i volontari di quella associazione è così, ci si sente a casa, ci si sente in famiglia anche in mezzo alle bombe afghane o alle mine curde.

E grazie a PeaceReporter, il quotidiano online che Emergency aveva fondato e che io dirigevo, si sono riallacciati i rapporti con Mario, che non vedevo da tanti anni. E lui è tornato ad essere di famiglia. Non c’era volta, o quasi, che non comparisse in redazione quando passava da Milano. E sempre racconti, discussioni, progetti da costruire insieme.
Poi fu Vauro, con quel suo “Mario, devi venire in Afghanistan! E non mi dire che sei vecchio e acciaccato: ti porto in un ospedale, meglio di così…”

È così che Emergency è diventata anche la famiglia di Mario Dondero: con un viaggio a Kabul. Del resto, anche me era capitata la stessa cosa.

Ho sentito molte volte Mario ringraziare Emergency e i suoi volontari, i suoi medici, e chi più ne ha più ne metta. Ma è l’associazione guidata da Cecilia Strada a dover ringraziare Mario.

I suoi ospedali sono stati visitati e frequentati da tanti fotografi, da tanti giornalisti, da tanti narratori. Anche molto famosi e molto premiati. Ma nessuno come Mario Dondero è stato capace di raccontare cos’è Emergency. “Per me Emergency è un esempio ammirevole di umanità, di serietà, di bellezza”, ha detto Dondero a ragione. E tutta la bellezza, la serietà e soprattutto l’umanità dell’associazione altrove non si “legge” facilmente come nei suoi scatti.

René Burrì disse: “Ho visto delle cose atroci e in quei momenti mi sono detto: attenzione vecchio mio, oltre a vedere le cose bisogna anche guardarci dentro, con queste immagini si può anche gettare polvere negli occhi. Una frase, questa, che dovrebbe (dovrebbe, ma purtroppo non è) essere impressa nella mente di ogni fotografo, di ogni photoeditor, di ogni direttore di giornale. Ecco, nelle foto di Mario non c’è quella polvere. Che siano scattate in Afghanistan o a Palermo, dove Emergency ha un poliambulatorio, quel che viene gettato negli occhi di chi osserva i suoi lavori è semplicemente la speranza di riscatto dopo la catastrofe della guerra, della migrazione, della miseria che hanno colpito i pazienti stranieri o italiani dell’associazione. Negli occhi di chi guarda le foto di Dondero vien gettata la tenacia, la caparbietà di una umanità che non ha scordato cosa significhino la solidarietà, l’uguaglianza e fratellanza nonostante le tragedie che ha incontrato.

Le foto di Mario ci dicono che un altro mondo non solo è possibile, ma è anche molto più bello, forte ed emozionante del nostro.
Senza tecnicismi, senza elaborazioni o post produzioni. Le straordinarie composizioni delle immagini che escono dalla Leica di Dondero non sono che l’istinto di chi ha la grande letteratura nel sangue.

È la straordinaria capacità di leggere la realtà a guidare la mano di Dondero. Non è un accademico senso estetico a dettare le forme da fissare sulla carta fotografica. E siccome la realtà è spesso straordinaria e straordinariamente importante, altrettanto lo sono le fotografie di Mario Dondero. O meglio, altrettanto è Mario Dondero e quindi le sue fotografie. Perché straordinaria è la sua empatia, senza la quale non ci sarebbero i suoi scatti. Come straordinarie sono le sue favole, perché è difficile chiamare semplicemente “narrazioni” i racconti di Mario. Bastava una scintilla – una bella fotografia sul tavolo della redazione oppure una bella fanciulla che passava dalle nostre parti mentre eravamo lì a cazzeggiare con lui che passava per caso tornando da Parigi o da Fermo o da qualsiasi altro posto con la sua scatola di foto sottobraccio – che Mario si accendeva e raccontava, sfogliando le sue foto, una vita intera fatta di mille cose una più incredibile, umana, divertente dell’altra. Dalla moda parigina alle dive degli anni ’60, dalle rivoluzioni anti-coloniali africane agli incontri con i grandi del mondo della politica e della cultura che lo hanno incrociato nei due secoli che la vita di Dondero ha attraversato.

E i suoi racconti di vita e di Storia ti diventavano indispensabili come il suo lavoro, perché, come diceva lui stesso, “i fotoreporter sono parte integrante del processo informativo e devono essere partecipi delle lotte comuni, soprattutto in una situazione di dominio autocratico dell’informazione. Non devono mai dimenticare che il loro lavoro è indispensabile al racconto della vita e della storia”.

Ecco, Mario questo certamente non lo ha dimenticato mai. E pochi sono stati capaci come lui, nella storia della fotografia (ma potremo dire anche in generale del giornalismo se non addirittura della letteratura), di rendere comprensibile l’importanza di quella parte di ogni donna e di ogni uomo, che si può e si deve trovare in ogni luogo del mondo, che sia Parigi, l’Africa, l’Afghanistan o Palermo e che grazie alle sue fotografie in tanti hanno trovato anche dentro loro stessi: la parte buona. Quella che ti fa scegliere, che ti fa diventare partigianoche fa odiare l’indifferenza.

E questa è la ragione di fondo per cui Emergency e Mario Dondero si sono a un certo punto trovati: la partigianeria. Che Emergency ha imparato nel lavoro di ogni giorno, ricucendo brandelli di ferite e di esistenze fatte a pezzi dall’assurdità della guerra, e che Mario ha vissuto e raccontato in ogni parte del mondo, ma prima di tutto in Val d’Ossola. Con quella Resistenza che avendo vissuto l’atrocità della guerra scrisse, nella nostra Costituzione, che la guerra è da ripudiare.

Testo comparso su Casino Totale, il blog personale di Maso Notarianni