Ama l’Italia, vorrebbe che gli americani pensassero più alla pace che a possedere le armi e perché no, che papa Francesco e il Dalai Lama si incontrassero per “migliorare questo nostro mondo”. Quando a proferire tali parole è un personaggio che mette tutti d’accordo come Richard Gere non si tratta di banalità, bensì di coerenza. Perché l’attore hollywoodiano-buddhista queste cose le va ripetendo da decenni. A Roma è giunto a promuovere Franny, commedia drammatica su un miliardario megalomane e morfinomane che sconta i suoi sensi di colpa invadendo di favori la vita altrui.

Il film segna l’esordio in regia dello sceneggiatore Andrew Renzi e uscirà nelle sale italiane il 23 dicembre. Sorridente e di una gentilezza imbarazzante ma sincera con chiunque, l’ex American Gigolo ormai si è dato ai film indipendenti a basso budget, e questo è uno dei vari che costellano i recenti anni della sua carriera. Forse per questo si sente pronto per fare un film nel Belpaese, che di budget alti non ne dispone certo tanti, e in particolare esprime il suo nuovo desiderio: “Vorrei girare un film con Bernardo Bertolucci, se ancora volesse fare del cinema”. La dichiarazione è forse l’unica vera notizia di cui Richard pregia gli astanti aggiungendo che “in Italia di bravi registi con cui vorrei lavorare ce ne sono diversi. Se finora non ho girato un film da voi è semplicemente perché non si è creata l’occasione ma sono certo che accadrà prima che deciderò di appendere il cappello al chiodo”.

Gere si è sentito “toccato” dal personaggio scritto per lui da questo esordiente di chiare origini italo americane. Appartiene un po’ a quel gruppo di uomini ai margini della società di recente predilezione nella sua scelta dei ruoli come il barbone di Time out of mind (2014) di Oren Moverman: “Per motivi opposti sono entrambi senza lavoro: uno è addirittura homeless per troppa povertà, l’altro non ce l’ha perché vive di rendita. Di certo ambedue come ogni altro character che ho costruito negli ultimi decenni sono uomini complessi. Io amo la complessità, è più intrigante!”. L’attore e filantropo nato a Philadelphia nel 1949 sarà presto nelle sale americane in un nuovo film dal titolo Hoppenheimer Strategies con Charlotte Gainsbourg ed è da tale pellicola che estrae una frase per lui ricca di saggezza: “Perché pensare che semplice equivalga a migliore? La complessità – aggiunge Gere – appartiene all’esistenza umana stessa quindi smettiamola di fingere facili semplicità”.

Per l’attore questa è la ragione per cui il miliardario filantropo e morfinomane Franny non è raccontato nel film solo nella sua dipendenza alla droga o sul suo essere uno stalker: “Ci sono varie sfaccettature in lui che amavo inserire e ben mescolare”. Non c’è dubbio che questo personaggio sopra le righe tra Howard Hughes e l’ultimo Hemingway sia l’unico centro d’attenzione di un’opera assai modesta e totalmente appoggiata sull’immutato carisma di Richard Gere. L’uomo da lui interpretato è un 60enne folle, narciso e invadente nella sua generosità che appanna una trama già residuale lasciando i coprotagonisti Dakota Fanning e Theo James drasticamente ai bordi.