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Il comandante generale dei carabinieri che ha chiesto chiarezza sulla morte di Stefano Cucchi, contestualmente ha voluto alzare il suo grido di dolore contro chi tenterebbe di infangare l’Arma. Proprio perché conosciamo centinaia di carabinieri e poliziotti che, ogni giorno, tra mille difficoltà e rischi, si battono contro malaffare, mafie e camorre, ci permettiamo di rivolgere noi un appello a chi porta la divisa con onore: perché, in questo e in altri casi simili, non provate voi a spalare il fango, prima che la piena travolga tutto e tutti?

Dopo i pestaggi alla Diaz era davvero necessario attendere un giudice? Il pestaggio di Federico Aldrovandi aveva davvero bisogno di essere oscurato con bugie, depistaggi, veline, e persino condito con diffamazioni contro la sua famiglia? Le modalità della morte di Stefano Cucchi non possono non aver avuto testimoni. Sicuramente esistono persone, anche in divisa, che sanno e non parlano, forse hanno persino mentito, perché “cane non morde cane” e l’omertà corporativa rischia di prevalere sulla ricerca della verità.

Ancora più grave è che, in più occasioni, si sia persino cercato di attaccare e diffamare chi, come i familiari e gli amici di Stefano Cucchi, non ha mai rinunciato a reclamare giustizia per loro e per chi potrebbe trovarsi a rivivere il loro calvario.
Per questo oltre a respingere il “fango” contro i carabinieri, sarà il caso che l’Arma medesima collabori a levare il “fango” che ha già ricoperto la morte di Stefano. “Usi obbedir tacendo” era l’antico motto del glorioso corpo dei carabinieri. Ora sarà il caso di “obbedir parlando”.