grandi opere cantiere 990

“In questo paese non c’è ancora il concetto della concorrenza e del libero mercato” questo il pensiero del Senatore Stefano Esposito, relatore del Ddl 1678 sulla riforma del Codice Appalti, e dal 9 dicembre alla Commissione Lavori Pubblici, ribadito a un recente incontro nell’ambito di Restructura, fiera sull’edilizia di Torino. Questo, che sembra un argomento per pochi addetti ai lavori, in realtà abbraccia vari settori, non solo quello dei Lavori Pubblici, ma ha anche una ricaduta sulla vita quotidiana dei cittadini, sconcertati da opere che non finiscono mai e, quando sono terminate, presentano già difetti in origine e vetustà.

“Avevo proposto di costituire solo 21 centrali di committenza contro le attuali 32.000 stazioni appaltanti” e poi “di ridurre al minimo il ricorso all’appalto integrato” (costruttore che concorre con il progettista su progetti preliminari o definitivi), ha detto Esposito. Come si può leggere nella normativa sugli appalti, saranno anche eliminati i massimi ribassi, che saranno consentiti solo con il cosiddetto “taglio delle ali”. In questo modo si dovrebbe privilegiare il criterio dell’offerta “economicamente più vantaggiosa”, che in teoria dovrebbe essere la più equa ma in pratica, lasciando ampi margini di discrezionalità nel punteggio per la cosiddetta “relazione metodologica”, ha prodotto molte volte la designazione assicurata agli amici.

Chi ha esperienza diretta sa benissimo che partecipare alle gare è un inferno con innumerevoli documenti amministrativi da preparare, tavole e relazioni tecniche, sopralluoghi e tasse preventive da pagare. Tutto ciò per centinaia di volte l’anno, illudendosi che la gara sia pulita, ma non è quasi mai così perché l’aiutino, anche involontario, c’è sempre. A volte per i requisiti sospetti, come il numero spropositato di unità lavorative richieste al concorrente per gare anche modeste.

Una risposta per tutti i professionisti che si cimentano in questi percorsi a ostacoli l’ha data l’architetto La Mendola, vicepresidente del Consiglio Nazionale Architetti, ricordando che con le attuali norme e requisiti di selezione, per lo più economici, solo l’1,4% dei professionisti può accedervi, citando non i dati dell’Ordine, ma quelli inoppugnabili dell’Agenzia delle Entrate. Questo perché occorrono fatturati non da studi professionali ma da multinazionali, per numero di dipendenti e una produzione di lavoro costante negli ultimi anni. In Italia più dell’87% degli studi professionali tecnici è composto da un professionista e uno, al massimo due, collaboratori saltuari. Ciò non per ristrettezza mentale, ma essendo un’attività precaria chi la pratica non è in grado di garantire la sopravvivenza per se stesso, figuriamoci per gli addetti.

Il nuovo Codice, emanazione della Direttiva UE 2014/25, che peraltro nelle varie indicazioni recita: “Occorre infine ricordare che la presente direttiva lascia impregiudicata la libertà delle autorità nazionali, regionali e locali di definire, in conformità del diritto dell’Unione, i servizi d’interesse economico generale, il relativo ambito operativo e le caratteristiche del servizio da prestare, comprese le eventuali condizioni relative alla qualità del servizio, al fine di perseguire i loro obiettivi di interesse pubblico” non tiene conto dell’anomala situazione italiana, caratterizzata da un alto numero di architetti ed ingegneri, ma si rivolge principalmente ad una élite economica che punta più sulla quantità di opere che sulla qualità.

Altro aspetto è l’elenco nel curriculum dei lavori riferiti unicamente agli ultimi 5 (3 anni nei casi più estremi) motivandolo erroneamente con l’apertura ai giovani, che però sono “protetti” dall’obbligatorietà della loro presenza nelle ATI e non sono protetti con l’esclusione dai “giri di potere” consolidati. Snaturando l’etimologia stessa dell’espressione “curriculum vitae”. In sostanza si tende attualmente, e anche col nuovo Codice, non solo a favorire un ristretto numero, ma a far partecipare e vincere sempre di più chi già lavora molto e con continuità.

Facendo un identikit, l’affidatario che verrebbe fuori dal vecchio e anche dal nuovo codice è un architetto o ingegnere di 45/50 anni, benestante, che lavora ininterrottamente da 10 anni, non importa con quale risultato. Tra l’altro questa obbligatorietà nel dimostrare una continuità di lavori, escludendo drasticamente quelli prodotti dieci anni prima, ha comportato la partecipazione e offerta di ribassi sino all’80% di studi al solo fine di rimanere in pista. Questo senza nessuna garanzia di vera qualità progettuale e neanche di garanzia di lavori fatti presto e bene: la lunga sequela di opere incompiute denunciate dall’Anac, anche con firme considerate importanti, ne è la prova.

Proprio in questi giorni sono presenti bandi di progettazione: il Comune di Gubbio ha bandito una gara di progettazione di restauro architettonico e adeguamento impiantistico al massimo ribasso. Le innovazioni tecnologiche proposte, prima fra tutti il B.I.M (Building Information Modeling), un contenitore digitale in progress di informazioni ancora poco sperimentato, a eccezione del Provveditorato della Lombardia ed Eni, non possono dirsi risolutive.

Altro aspetto potenzialmente problematico sono le commissioni esaminatrici, motivo per cui verrà istituito un Albo nazionale dei Commissari di gara presso l’Anac e si auspica vengano scelti con criteri leggermente diversi da quelli sinora adottati.
Occorrerebbe viceversa che i requisiti fossero quelli della pregressa qualità progettuale basata sulla puntualità formale e temporale, la completezza del corredo di elaborati, le approvazioni incondizionate e il non aumento di costi.
A questo punto paradossalmente per le gare non di grande importo, ma di rilevanza architettonica tanto varrebbe tornare persino all’“intuitu personae”, praticato in modo non poi così disastroso ante Merloni. Sempre ovviamente con la sussistenza di requisiti comprovati da atti e certificazioni di ottime prestazioni pregresse ultimate nei tempi previsti e senza significativi aumenti di costi.

Con questi paletti si scremerebbe un quantitativo non indifferente di progettisti lobbisti degli incarichi più che della qualità, lasciando il campo a chi pensa che l’architettura sia al servizio dell’uomo, della bellezza e non degli interessi di parte.