Migranti990

Qualche settimana fa abbiamo dato voce a Sheila Keetharuth, relatrice speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Eritrea (che fu colonia italiana dal 1889 al 1941) per capire le ragioni che, dall’indipendenza dall’Etiopia nel 1993 ad oggi, spingono gli eritrei a fuggire per cercare rifugio in Italia ed in altri paesi europei.

Anche se l’articolo non approfondiva i rapporti storici tra Italia ed Eritrea, i commenti di vari lettori si sono concentrati invece su di essi, essenzialmente per dire che 1) l’Italia (fascismo compreso) non ha nessuna colpa, anzi in Eritrea ha costruito molte infrastrutture; e 2) non essendovi alcun rapporto tra la fuga degli eritrei e il passato coloniale italiano, non vi è motivo che l’Italia li accolga, visto che (aggiungevano alcuni) ciò contribuirebbe alla creazione della società multiculturale, necessariamente foriera di disastri irreparabili, come aveva capito bene (sempre ad avviso di alcuni) il errorista neo-nazista norvegese Anders Breivik. Tali argomenti sono a dir poco irrazionali, quando non configurino addirittura l’apologia di reati gravi. Se l’Italia è ancora un paese civile, non può negare il diritto d’asilo alle vittime di guerra e persecuzioni, nemmeno nei casi in cui essa non sia responsabile di tali avvenimenti.

E poi, basta farsi un giro in qualunque città italiana e del mondo per rendersi contoche, volenti o nolenti, la società multiculturale è già un fatto compiuto con il quale si deve imparare a convivere. A meno che, come altrettanti Breivik, vogliamo imbracciare le armi non solo a casa d’altri ma anche a casa nostra, ucciderci tra noi, e diventare noi i prossimi profughi e prendere noi, i nostri vecchi, i nostri figli, le manganellate in faccia dai ligi doganieri che “difendono il loro paese”. E se è più che lecito chiedersi come farà un paese in crisi come l’Italia, e con una classe dirigente come la nostra, ad accogliere tanti disperati, è anche necessario ed urgente impegnarsi nel risanamento morale, sociale e politico del nostro paese, senza il quale non avremo di sicuro la capacità di affrontare appropriatamente nessuna delle sfide presenti e future di questa globalizzazione imposta a suon di rapine e cannonate.

Solo agendo a casa nostra per liberare l’Italia dai potentati politico-affaristico-mediatici che la corrodono recupereremo la dignità associata a quella cittadinanza che oggi ci è negata non per colpa degli immigrati, ma per via della nostra passività. Con più cittadini, e meno quaquaraquà che si credono Charles Bronson quando c’è da prendersela coi più deboli di loro, potremmo costruire un paese migliore e stare meglio tutti, riducendo le ingiustizie nella nostra società; e se volessimo mettere fine a questi altrimenti inarrestabili flussi migratori, esigeremmo che la politica ponga fine al commercio internazionale di armi, alle aggressioni militari ed allo sfruttamento insostenibile dei paesi altrui.

Dovrebbe peraltro suscitare in noi una riflessione il fatto che quelle forze che fanno la voce grossa con gli stranieri trovino poi alcuni dei loro esponenti coinvolti a vario titolo nella mala gestione della loro accoglienza, da Mafia Capitale al Cara di Mineo; negli investimenti di finanziamenti pubblici in diamanti in Tanzania; senza dimenticare il lombardo-veneto Piergianni Prosperini che diceva in TV agli immigrati “camel, careta e te turnat a ca” per finire poi condannato per traffico di armi proprio con l’Eritrea.

E torniamo così all’Eritrea. Parliamone, dunque, della storia coloniale italiana in Eritrea. È vero che in Eritrea, e più ampiamente nei paesi che dal 1936 al 1941 saranno associati da Mussolini nell’Africa Orientale Italiana, gli italiani costruirono dal 1889 in poi alcune infrastrutture: ricordiamo tra l’altro la strada Asmara-Addis Abeba ed una rete ferroviaria che univa Asmara a Biscia ed a Massaua, Massaua a Saati, e Mogadiscio al Villaggio Duca degli Abruzzi. Resta che per Angelo Del Boca: “il colonialismo italiano non è stato migliore degli altri”.

Oltre agli operai, la nostra “Colonia primogenita”, come fu soprannominata, fornì migliaia di soldati all’esercito coloniale: gli ascari. Nelle due guerre contro l’Etiopia (1895-96 e 1935-36), morirono circa 6.000 eritrei al servizio dell’Italia. Gli eritrei furono anche usati nella repressione in Libia. Nella guerra contro gli inglesi nel 1941, perirono altri 10.000 ascari.

Ma non vi fu ringraziamento per un tale tributo di sangue: la politica italiana in Eritrea fu razzista e discriminatoria. I successivi piani regolatori di Asmara dell’inizio del ’900 crearono un’area per soli bianchi (essenzialmente italiani), non a caso chiamata “Campo Cintato” da cui gli eritrei dovettero partire lasciando le loro terre. Come spiega Francesco Cecchini, I neri eritrei non avevano i diritti dei bianchi italiani, furono integrati al progetto coloniale come classe inferiore con funzioni subalterne e servili”. La segregazione di fatto diventò legge scritta nel periodo fascista con la “Legge Organica per l’Eritrea e la Somalia” del 1933. E dopo che a lungo numerose forme di violenza, soprattutto sessuale, erano state commesse ai danni delle donne africane (il “madamato” fu addirittura promosso per attirare i coloni dall’Italia), nella nuova logica fascista della difesa della razza, nel 1937 Mussolini adottò i “Provvedimenti per i rapporti fra nazionali ed indigeni” che proibivano i matrimoni misti, pur chiudendo un occhio sugli stupri e gli episodi di pedofilia.

Come se non bastasse, l’Italia creò numerosi campi di lavoro ed internamento in tutte le colonie, nella sola Eritrea furono costruiti campi ad Assab, Massaua, Asmara, Cheren, Addi Ugri, Addi Caleh e soprattutto il famigerato lager di Nocra dove dal 1887 al 1941 (quando fu chiuso dagli inglesi) migliaia di eritrei furono costretti ai lavori forzati in condizioni disumane, morendo come le mosche.

Visto il trattamento, a quel tempo gli eritrei potevano già desiderare la fuga dal loro paese, ma di sicuro non per venire in Italia. Ma allora erano proprio gli italiani a deportare in Italia eritrei, libici ed altri soggetti coloniali. Come ci ha scritto un altro lettore, “a circa 20 km da qui” (in Sicilia) “i miei nonni raccontano di un campo di concentramento per eritrei, e campo di concentramento sembra essere il termine più appropriato per le condizioni in cui vivevano”. Non era l’unico: secondo i dati di cui disponiamo, gli eritrei furono deportati ed incarcerati anche ad Ostia, a Renicci e nelle isole di San Domino, San Nicola, Ustica e Ventotene.