Due anni – dal 1982 al 1984 – di chiacchiere, scherzi, ricordi. Sul set, in sala di montaggio, a casa, al ristorante. Pensieri e parole, attori e fantasmi. Rievocati oggi, a distanza di oltre trent’anni, in un libro che, come il film che racconta, è quasi una lunga, interminabile seduta psicanalitica intorno a un’idea: quella che del cinema aveva Sergio Leone. C’era una volta in America – Un’avventura al saloon con Sergio Leone (Milieu Edizioni) è la riedizione del mémoir che Diego Gabutti dedica alla lunga e complessa gestazione dell’ultimo e celeberrimo film di Sergio Leone. Un affascinante – anche se a tratti un po’ compiaciuto – dietro le quinte del capolavoro di un regista atipico: un irregolare della cinepresa e della vita che qui si racconta e viene raccontato come mai prima.

Uscito insieme al film, inspiegabilmente dimenticato e fino ad oggi mai più ristampato, riemerge dunque dalle tenebre questo dialogo di 220 pagine (più una quindicina di belle foto) su, dietro e intorno al film della vita di Leone. E alla vita di lui medesimo, segnata da un padre regista (Vincenzo, in arte Roberto Roberti: diresse quasi tutti i film di Francesca Bertini) e da una madre attrice (Bice Valerian, nel 1909 interpretò addirittura una specie di western italiano). “Come sono entrato nel cinema? Ma ci sono nato dentro (…) non avrei potuto uscirne nemmeno se avessi voluto. E non volevo”.

Il primo incontro fra l’autore e il regista avvenne a Cinecittà nel Lower East Side newyorkese di cartone dove si sarebbero snodate le vicende di Noodles e Max, Deborah, Fat Moe e tutti gli altri: la storia di malavita e amicizia, amori e tradimenti, di un gruppo di gangster ebrei newyorkesi fra gli anni Venti e la fine dei Sessanta. Leone aveva appena cominciato a raccontare il film che smise quasi subito, riandando con la memoria a quelli precedenti: i film mitologici grazie ai quali si era fatto le ossa, i western con cui aveva rivoluzionato il genere. Parlava degli attori che aveva lanciato scegliendoli fra i caratteristi perché costavano di meno, fossero americani come Lee Van Cleef e Clint Eastwood o italiani come Gian Maria Volonté. Intanto “Robert De Niro vagava ai margini del set aspettando il suo momento. Ma avrebbe aspettato ancora un pezzo. Sergio Leone era entrato in questo teatrino delle ombre cinesi da circa una settimana e non sapeva quando ne sarebbe uscito (…) Il produttore americano del film aveva fretta, ma lui no. Leone stava giocando al cinema e questo, mi disse, richiede pazienza”.

Era una storia vera, quella che il regista di Per un pugno di dollari e Il buono, il brutto e il cattivo si apprestava a portare sullo schermo. O verosimile. Comunque narrata in prima persona dal protagonista, che aveva firmato come Harry Grey il romanzo autobiografico The hoods (I cacciatori, in Italia venne pubblicato con il titolo Mano armata) ma di cognome faceva Goldberg e, sì, aveva per soprannome Noodles, spaghetti, anche se era ebreo e non italiano. “L’idea di misurarmi con un’altra minoranza, mai sfruttata al cinema contrariamente a quella italiana, mi pareva interessante”. Per la stessa ragione, o meglio per il suo contrario, il regista spiegò che aveva rifiutato di girare Il Padrino.

Leone cercò Harry Grey, faticò parecchio a strappargli un appuntamento, lo incontrò infine in un bar di New York e riuscì a anche convincerlo a fargli da consulente. Ma Grey morì prima dell’inizio delle riprese. E se fu un male per l’anziano ex gangster e per la sua famiglia, fu probabilmente un bene per il film: il Noodles di Leone, frutto della sua immaginazione e della sua idea di America, non avrebbe potuto essere più realistico e insieme poetico. D’altra parte, “basso e muscoloso, col viso liscio come quello di un bambino e un cappello fuori moda già quando Claudette Colbert era giovane, Grey somigliava vagamente a Edward G. Robinson”. Altro che De Niro.

Il libro è una miniera di aneddoti, rivelazioni, curiosità. E qualche cattiveria. Su Norman Mailer, per esempio, che incaricato inizialmente di scrivere la sceneggiatura di C’era una volta in America, “si barricò in una stanza di un albergo romano con qualche bottiglia di whisky, la macchina da scrivere, dieci scatole di sigari cubani” e ne uscì con un testo inutilizzabile perché “Mailer è in gamba, forse leggermente pazzo, però molto bravo (…) Solo che non sa scrivere per il cinema”. O su Volonté, che negli anni in cui Leone lo lanciò nella parte del Ramòn di Per un pugno di dollari “era molto sbilanciato a destra. Nero come l’anima di un bugiardo. Così non rimasi stupito quando me lo ritrovai maoista dopo il 1968. Rosso come il fuoco dell’inferno”. Per non parlare di Clint Eastwood, l’ex maestro di nuoto che recitava all’epoca in un serial western televisivo “come spalla della spalla della spalla”, attore con due sole espressioni “una col cappello e una senza il cappello”. “Dicono che Michelangelo, quando gli domandarono cosa mai avesse visto in quel particolare blocco di marmo che aveva scelto fra centinaia d’altri, aveva risposto che lui, nel marmo, ci vedeva Mosè. Quando mi chiedono cos’ho mai visto in Clint Eastwood (…) rispondo che ci ho visto un blocco di marmo. Né più né meno. Scolpimmo il film, in ogni modo”.
Ma ora basta, perché non si possono rovinare le sorprese, e questo libro ne offre molte. Tenetelo a portata di mano, accanto al telecomando della tv, per sfogliarlo a ogni riproposizione dei film di Sergio Leone. E non solo.