Milano, corteo studentesco per protestare contro la riforma della "Buona Scuola"

Ci avevano dati per vinti, defunti, spariti. E invece abbiamo dimostrato che non è così. I toni trionfalistici di Renzi, Faraone e Giannini, che nel corso dell’autunno avevano avuto l’indecenza di commentare il silenzio del movimento della scuola – interrotto solo dallo sciopero del 13 novembre indetto dai sindacati di base – attribuendolo al fatto che la scuola stessa abbia accettato la legge 107, sono stati smentiti da un’assemblea partecipata e vitale, che il 29 novembre a Roma ha stabilito due punti fermi, che connoteranno i prossimi mesi: sì al referendum abrogativo; sì alla continuazione della mobilitazione.

Non è un risultato da poco, dopo 3 mesi di sostanziale silenzio, durante i quali, però, molti di noi non hanno cessato di lavorare, profondamente convinti dell’iniquità di una legge, la sedicente “Buona Scuola”, che determina inequivocabilmente ed irreversibilmente il tracollo della scuola pubblica come organo dello Stato, secondo la celebre definizione di Calamandrei.

La sconfitta di luglio è stata bruciante ma terribilmente iniqua. I due contendenti – il Governo Renzi e l’80% dei docenti italiani che, insieme agli studenti, hanno partecipato allo straordinario sciopero del 5 maggio e mantenuta viva la mobilitazione fino al giorno della improvvida firma di Mattarella al testo predisposto ed imposto dal Governo a colpi di fiducia  – hanno usato armi assolutamente non equilibrate: napalm da una parte, fionde dall’altra.

Da una parte l’arroganza del padrone, padrone dei media tutti e delle istituzioni, cui è stata sottratta qualsiasi formale e sostanziale forma di investitura e prerogative costituzionali, che l’arrembante, querulo, decisionista, Giovane Capo comanda a bacchetta, imponendo mortificanti prove muscolari. Al punto da porre la fiducia dopo non aver ascoltato (nonostante le demagogiche rassicurazioni di segno opposto) e non aver considerato le legittime istanze di una scuola pervicacemente ostile al modello autoritario, punitivo, classista ed iniquo configurato dalla  107.

Dall’altra la scuola democratica, che ha gridato il proprio dissenso e il proprio sdegno impugnando un testo alternativo, che individua – sulla base del dettato costituzionale  – un’altra idea di scuola. Fiducia nella democrazia: questo – ahimè – l’errore. Dai blog, dalle piazze, attraverso megafoni materiali  e capacità di pensare e scrivere parole e concetti, per provare a contrastare la cassa di risonanza che i media di regime  hanno acriticamente costituito a tutela del grande manovratore solitario, intento a rottamare, oltre ai suoi balbettanti presunti antagonisti interni, anche la scuola della Repubblica. Pronunciando impudenti ma convincenti slogan.

Niente di più ovvio che davanti alla protervia, all’arbitrio e alla violenza, davanti ad una storia che tutti sapevamo – ma non volevamo davvero credere – si sarebbe conclusa con il trionfo del più forte (ma non del più giusto), la demotivazione abbia condizionato quei docenti e quegli studenti che non fanno della militanza per la scuola della Costituzione un elemento della propria identità. Non si è trattato, cioè, di aver compreso la portata rivoluzionaria di quel capolavoro di confusione giuridica in chiave autoritaria che è la 107/15; ma di aver fatto prevalere sfiducia e frustrazione dinanzi alla negazione della bontà delle ragioni del mondo della scuola, espresse democraticamente in una stagione di lotta e di grande motivazione.

Dopo essersi leccata le ferite di una sconfitta tanto più cocente perché frutto della più clamorosa sospensione della democrazia degli ultimi decenni, tutti insieme abbiamo deciso di scendere nuovamente in campo, per affermare la costanza e la bontà delle nostre ragioni.

L’assemblea del 29 novembre – organizzata dal Comitato Nazionale per il sostegno alla Lipscuola – è stata molto partecipata (oltre le più rosee aspettative) e soprattutto ha espresso inequivocabilmente, attraverso la pubblicazione di un documento votato all’unanimità, la volontà precisa di adoperarsi per abrogare la legge 107 anche attraverso la creazione di un coordinamento nazionale e, più in generale, di partecipare a una tornata referendaria di ampio respiro, “sociale”, inclusiva dei più vari soggetti, priva di primogeniture e di egemonie politiche, ricca di iniziative incrociate, di dialettica, di iniziativa “dal basso”. Piena consapevolezza, insomma, che considerato l’attuale stato di occupazione delle istituzioni e le inerzie di coloro che dovrebbero esserne i garanti, ci si può riappropriare della sovranità sancita dall’articolo 1 della Costituzione solo riappropriandosi della cittadinanza attiva dei singoli e dei gruppi organizzati.