Chiunque di noi abbia la sventura di incappare in certi programmi pomeridiani ha dovuto fare i conti, suo malgrado, con la tv delle lacrime. Ore e ore di talk show in cui l’oggetto delle discussioni è sempre e invariabilmente un qualche fatto luttuoso, e in cui a parlare sono non solo le persone più vicine al morto di turno, si tratti delle vittime di fatti di cronaca nera o di persone del mondo dello spettacolo scomparse prematuramente, ma a tutta una ridda di improbabili personaggi che, nella maggior parte dei casi col nome in questione non aveva quasi nulla a che fare. Ce ne lamentiamo, spesso, di questa televisione, e facciamo bene, ma saremmo ingiusti nei nostri confronti a pensare che solo di faccende di casa nostra si tratta.

La recente e tragica scomparsa di Scott Weiland, cantante degli Stone Temple Pilots e Velvet Revolver ne è stata triste prova. Neanche il tempo di piangere la scomparsa di una rockstar magari anche un po’ decaduta che sul cadavere si è fiondata una delle sue ex mogli, tre erano stati i suoi matrimoni, con una lettera aperta al Rolling Stone americano che lascia quantomeno perplessi.

Se molti di voi ricordano il noto discorso funebre di Courtney Love, durante il funerale del celebre marito suicida, Kurt Cobain, le sue parole al vetriolo nei confronti del leader dei Nirvana erano apparse forse eccessive, ma sicuramente dettate dal dolore e dalla rabbia dovuti proprio al gesto del rocker di Aberdeen. Parole su cui, più o meno legittimamente, si è speculato a lungo in seguito, anche da parte della stessa Love. Stavolta, però, a parlare è Mary Forsberg, ex moglie di Weiland, e madre dei suoi due figli. Figli che, sempre stando alle parole della donna “piangono e urlano inascoltati di fronte a un uomo paranoico che non ricordava i testi delle sue canzoni e che in quindici anni si sarà fatto fotografare un paio di volte con i suoi piccoli”.

La Forsberg ha scritto parole dure, stigmatizzando non solo la vita del marito, dedita alle sregolatezze, ma anche una certa mitizzazione del ruolo della rockstar maledetta da parte di industria discografica e media. “Non glorificate questa tragedia,” scrive la Forsberg a RS, “parlando di rock’n’roll dei demoni che, in tutti i casi, non necessariamente sono legati al rock”. L’ex moglie di Weiland, in sostanza, accusa la società americana di speculare su certi vizi delle rockstar, di spettacolarizzare la loro autodistruzione, inducendo i giovani a seguire esempi sbagliati, e producendo in continuazione nuove star destinate a loro volta a autodistruggersi.

Cita i figli, la Forsberg, adolescenti, figli che hanno perso il padre già da tempo, dice, non certo con questa tragedia. Del resto la signora in questione aveva già avuto modo di raccontare la vita di Weiland in un libro, uscito nel 2009, cioè un anno dopo il loro matrimonio, durato sette anni. Si tratta di un memoir dal titolo “Fall to pieces. A memoir of Drugs, Rock’n’roll and Mental Illness”, cioè, giocando su un titolo di un brano della band di Weiland, “Cadere a pezzi- Una biografia di droga, rock’n’roll e insanità mentale”. Un modo, si suppone, per monetizzare una vita non certo gradevole passata al fianco di un uomo sui cui eccessi si sono spese anche troppe parole, comprese le sue. Ora, si suppone, il libro tornerà in libreria, magari con un nuovo capitolo. Un modo, anche qui si lavora di immaginazione, per tornare a fare cassa su una disgrazia che, a ben vedere, ha toccato più da vicino la vedova Weiland, rimasta in silenzio, che la sua ex moglie, lontana da lui ormai da sette anni. Ora, chiaramente, sul passato di tossicodipendenza e ricoveri in ospedali psichiatrici da parte della stessa Forsberg si stanno gettando i media americani, che grande risalto stanno dando alla lettera aperta su RS. In tutto questo, crediamo, la morte di Scott Weiland è una sorta di optional, la scintilla che accende una miccia e fa girare un motore capace di produrre soldi. Qualcuno ci guadagnerà qualcosa, qualcuno ci farà la morale, qualcuno prenderà strade sbagliate seguendo esempi sbagliati. Lo spettacolo va avanti, e non sempre è un bene.