Il Consiglio superiore della magistratura prova a sminare la bomba che tra qui e pochi giorni potrebbe produrre un vero terremoto negli uffici giudiziari italiani. A sorpresa, qualche giorno fa, il Consiglio di Stato ha dato ragione a cinque magistrati che contestano il pensionamento a partire dal prossimo 1 gennaio per effetto della legge del 2014 che ha abbassato l’età di messa a riposo delle toghe da 75 a 70 anni.  Un vero pasticcio:  si teme infatti l’effetto valanga con il moltiplicarsi di ricorsi analoghi che produrrebbero di fatto la disapplicazione della legge che impone i nuovi limiti di età.

Così il Csm ha deciso di intervenire prima che la situazione diventi esplosiva:  la questione finirà di fronte alle Sezione Unite della Cassazione, ma anche al Tar, mentre si tenterà, preliminarmente, di ottenere anche la revoca del parere reso dal Consiglio di Stato in sede consultiva. La soluzione prefigurata da Palazzo dei Marescialli è molto tecnica:  la sospensione cautelare accordata dalla suprema magistratura amministrativa, infatti, si baserebbe – ad avviso del Csm –  su un provvedimento inesistente, “considerato che non è mai stato adottato dal Ministero della Giustizia alcun provvedimento di collocamento a riposo” dei cinque magistrati che hanno sollevato la questione e cioè Mario Cicala, Antonio Di Blasi, Antonio Merone, Giuseppe Vignola e Antonio Esposito. E che, nel ricorso, hanno indicato come oggetto della impugnazione la mera comunicazione del ministero con l’invito agli interessati a produrre la documentazione utile alle pratiche per la liquidazione della pensione. Un escamotage, quello del Csm, che però salverebbe in extremis la situazione.

Il Csm si avvia dunque ad adottare, in via urgente, una proposta elaborata dalla quarta commissione con cui si prende atto che, in assenza del decreto ministeriale di pensionamento, la decisione del Consiglio di Stato del 2 dicembre si è basata di fatto sul nulla. Proponendo opposizione nel procedimento per ricorso al capo dello Stato (lo strumento usato dalle cinque toghe per ottenere la pronuncia del Consiglio di Stato), si richiederà “la sollecita trasposizione del giudizio al giudice amministrativo”. Infine si darà mandato all’Avvocatura dello Stato di rimettere la questione alla Corte di Cassazione a Sezioni Unite “ai sensi dell’art. 111 della Costituzione e per motivi di giurisdizione, considerato che esso ha per oggetto un atto evidentemente inesistente, di cui lo stesso consesso consultivo non ha mai avuto la disponibilità né altrimenti la conoscenza diretta, per questa via sostanzialmente disapplicando una legge dello Stato, senza d’altra parte rimettere gli atti alla  Corte Costituzionale per l’indispensabile esame dell’eventuale dubbio di costituzionalità”.