Piazza Vittorio, foto ricordo per un quartiere anti-razzista

Un paziente mi racconta che durante una degenza in un reparto di chirurgia aveva come compagno di camera un signore 65enne di origini tunisine. Stando a stretto contatto hanno trovato ciò che li unisce in particolare l’amore per i figli, il desiderio di vederli felici e la paura della guerra. Quando però il mio paziente ha ipotizzato, per descrivere un futuro di integrazione, che suo nipote diciottenne potesse sposarsi con la nipote del compagno di degenza questi si è risentito e ha affermato categoricamente che “mia nipote non potrà mai sposare un non mussulmano! La educo fin da piccola in questa direzione”.

Da quando Friedrich Nietzsche sentenziò che “Dio è morto” nella nostra cultura pareva difficile credere in un qualsiasi nuovo ordine cosmico. La storia veniva riscritta trovando motivazioni economiche e sociali che spiegavano gli avvenimenti.

Anche di fronte al fenomeno Isis questo preconcetto ideologico è stato largamente utilizzato dai commentatori per arrivare a spiegare che l’affiliazione a questa fanatica congrega derivava da ragioni economiche quali la relativa povertà di enormi masse di musulmani e dalla discriminazione di cui si sentivano oggetto i giovani figli di immigrati trapiantati nelle nazioni occidentali.

Questo modo di spiegare il fenomeno è rassicurante per la nostra ideologia in quanto, come conseguenza, compare una parvenza di soluzione. Migliorare le condizioni sociali ed economiche per fare cessare la guerra e gli atti di terrorismo è un modo di immaginare una risposta, difficile ma possibile, al problema. Non vogliamo riconoscere l’ipotesi che l’ideologia e l’idea di un Dio vivo e vegeto siano il motore del fenomeno jihadista. Anche di fronte al fatto che molti affiliati all’Isis provengono da famiglie benestanti e sono di cultura medio-elevata siamo portati, come meccanismo di difesa, a ritenere che siano frange di pazzoidi o che comunque abbiano vissuto un senso di discriminazione sociale.

In un mio precedente scritto ponevo in evidenza come, da un punto di vista psicologico, la seconda e la terza generazione di immigrati siano quelle che presentano i maggiori problemi di integrazione. Molti commentatori si sono sentiti preoccupati affermando che “allora dobbiamo tenerci il problema per altri 50 anni!” e che questa valutazione non portava a una soluzione. Proprio l’idea che per ogni problema ci sia una soluzione è un limite della nostra cultura. Non possiamo riconoscere il fatto che di fronte a molti problemi non vi sia alcuna soluzione ma che ce li dobbiamo tenere.

Nel momento in cui riemergono l’ideologia e l’idea prepotente di Dio vorremmo trovare una soluzione che ci rassicuri e che ci spieghi che sotto ci sono solo motivazioni economiche e sociali.

Per riprendere il pensiero di Nietzsche forse dobbiamo accettare il pensiero che “Dio è risorto” e che agisce nella storia dell’umanità. Esiste cioè un’idea di ordine cosmico che appartiene a un gruppo abbastanza vasto di persone che non si riconoscono nella nostra visione economicista e sociologica delle vicende umane.