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La medaglia d’oro di Federica Pellegrini agli Europei di nuoto è una notizia che conforta, abbiamo bisogno di segnali positivi contro la crisi che ci deprime da anni. E’ anche l’ennesima conferma che gli ingredienti della performance superiore sono testarda volontà, lungo tempo dedicato a imparare, un obiettivo. La nuotatrice ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera il suo segreto: “Entro in vasca per prima ed esco per ultima. Nuoto 7,5/8 km a seduta: due giorni la settimana doppia seduta; tre giorni, una seduta in vasca e una in palestra; il sabato una sola seduta in vasca; domenica riposo”.

Talenti si nasce o si diventa è una questione che ci riguarda, non è solo materia di studio degli scienziati sociali, perché la tesi che pochi nascano talentuosi è una delle fondamenta delle moderne disuguaglianze. L’opinione, purtroppo diffusa, “chi ce l’ha ce l’ha (il talento), per gli altri, pazienza, non c’è niente da fare”, ha conseguenze gravi: disegna una società bloccata alla nascita, cancella la speranza dei molti ritenuti “non dotati”, rimuove il senso di responsabilità individuale. Se il talento fosse una questione di geni (quello dell’intelligenza, della musica, dell’avventura …), la società, le imprese, le famiglie avrebbero ragione quando identificano i più dotati in età precoce e concentrano su di loro la migliore educazione, i lavori interessanti, le remunerazioni elevate.

Non è così, come dice un vecchio adagio: “Il genio è frutto per l‘1 per cento dell’ispirazione e per il 99 per cento di sudore e fatica”. Ci hanno venduto la favola di Mozart che ancora fanciullo componeva capolavori. In realtà il grande musicista divenne uno straordinario compositore non per un soffio divino ma, come raccontò lui stesso a un amico, grazie all’esercizio continuo e faticoso sin dai 4 anni, sotto lo sguardo esigente del padre. Talenti si diventa, i giovani, e i meno giovani, possono coltivare un progetto perché il futuro è in mano loro, anche in mano loro. Certo, a condizione che l’ambiente faccia la sua parte.

La scuola dovrebbe poter puntare al massimo apprendimento, non dedicarsi alla ricerca di test per sfoltire la popolazione e selezionare i migliori. Perché tutti possono imparare, garantendo i giusti ingredienti e le eguali opportunità. Dobbiamo aumentare le risorse dedicate all’istruzione, uscendo dalla posizione di coda tra i paesi Ocse. Un paese proiettato nel futuro investe nei suoi cittadini, offre a tutti competenze superiori e in tal modo maggiori probabilità di lavoro. Un suggerimento alle nostre imprese che un tempo formavano schiere di abili operai, tecnici, dirigenti, orgogliosi del proprio mestiere, mentre oggi preferiscono assumere pochi “talenti superstar” con il miraggio di risultati straordinari.

Potrebbero concludere che la ricetta preferibile per risultati sostenibili sia migliorare la professionalità media dei collaboratori. E se i giovani preparati si sposteranno all’estero, non sarà una “fuga dei talenti”, ma la naturale mobilità di individui in grado di scegliere in un mondo globale. Oggi tantissimi giovani si trasferiscono a Londra, domani magari andranno verso i paesi del Golfo o in qualche parte dell’Africa, attirati dalle nuove opportunità. Se tutto fosse già scritto e predestinato per individui e per gruppi sociali la società sarebbe molto triste, forse perfino angosciosa.