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Scalfari ha anticipato tutti, rievocando la nascita di Repubblica il 6 dicembre, pur ricorrendo il suo quarantennio il prossimo 14 gennaio. E l’ha rievocata alla sua maniera. Diciamo pure che non l’ha raccontata proprio giusta. Bastano solo le poche cose ricordate in un paio di pagine de La casta dei giornali (2007) per capire che ci sono cose che il Fondatore non vuole ricordare o non ricorda o più semplicemente, in effetti, non ha mai adeguatamente rilevato. Eccole…

L’alta coscienza di sé e del proprio ruolo, in Scalfari, è notoria. Ancora nel 2005, a trent’anni dalla fondazione e a dieci dall’abbandono della direzione di Repubblica, egli scriveva della “sua” redazione rappresentandola come “una scuola ed una numerosa famiglia di affetti e di talenti … con un suo originario Dna, un suo imprinting, un suo tema sinfonico e polisinfonico del quale il gruppo originario ha dato la chiave iniziale e le prime battute dello spartito”. Un convincimento, si direbbe, di tipo quasi elitario. Ma non autoreferenziale. Scalfari è infatti perfettamente e altezzosamente conscio del fatto che dal 14 gennaio 1976, cioè dall’arrivo in edicola del primo numero di Repubblica, il vantato imprinting ha segnato tutte le iniziative, complessivamente la “filosofia” e persino il linguaggio, l’organizzazione, la tecnica e la grafica di tutti gli organi d’informazione quotidiana, persino quella radiotelevisiva e telematica.

In realtà Scalfari, dal punto di vista dell’ideologia professionale, ha portato alle estreme ed esplicite conseguenze, dato definitiva e orgogliosa sistemazione, ed esercitato al massimo livello una visione del mestiere e del ruolo del giornalista che già apparteneva alla cultura delle “grandi firme” e, per ricaduta, dell’intera corporazione. Una cultura che affondava e, in una certa misura, ancora affonda le proprie radici nell’autorappresentazione sostanzialmente ottocentesca del ceto intellettuale dedicatosi alla pubblicistica e alle prime “moderne” iniziative editoriali, e irrobustitasi nel corso della lunga stagione di accentuata politicizzazione del giornalismo seguita alla caduta del fascismo e alla rinascita della vita democratica…

Agli inizi del 1976 è arrivata La Repubblica, in effetti il primo quotidiano italiano fatto per essere venduto, per sollecitare l’interesse dei lettori e il consolidamento e la progressiva crescita di un proprio lettorato, con una modernità d’impostazione, una vivacità informativa e una politica editoriale aggressiva che di fatto hanno innestato un virtuoso meccanismo di concorrenza e di emulazione.

Ma è stata autorevolmente proprio La Repubblica – che nacque e sorprendentemente mise subito radici nel mercato praticando, almeno all’inizio, una formula esplicitamente mutuata dalla tradizione anglosassone: «I fatti separati dalle opinioni» – a rilegittimare e a sdoganare in questi trent’anni, nel giornalismo moderno italiano, una maniera di fare informazione caratterizzata dall’intreccio tra fatti e commenti, dall’editorialismo e dall’esplicito schieramento politico, ridiventato poi collateralismo e infine vera e propria azione politica in proprio…

La cultura, la pratica professionale e le intenzioni di Scalfari, approdato dopo i vent’anni di Espresso al progetto di quello che in effetti avrebbe dovuto essere Le Monde italiano, erano proiettate inizialmente alla creazione di un quotidiano imperniato sugli editoriali e sullo schieramento. Un giornale di area socialista, che si opponesse al Corriere della Sera, giornale moderato e di centro per definizione, e occupasse appunto l’area di opinione di sinistra liberal-democratica. Successe invece che il concorso di diversi fattori portò La Repubblica a diventare qualcosa di profondamente diverso da quello che immaginava il suo fondatore, la cui straordinaria abilità e il cui principale merito storico risiedono nella spregiudicatezza e nella intelligenza con le quali intercettò, interpretò e cavalcò tipologie professionali impreviste e persino opposte alla sua, improvvise svolte politico-sociali e inaspettate tendenze di mercato.

La vulgata storica del giornalismo italiano più recente sottovaluta, anzi ignora il ruolo che ebbe nel primo assetto anche grafico e organizzativo, ma soprattutto informativo della Repubblica, e nella prima formazione collettiva di quel gruppo di giornalisti, la componente che potremmo schematicamente definire mondadoriana. La proprietà e la redazione di Repubblica erano infatti composte al 50% dal gruppo Espresso e al 50% dalla Mondadori. E il settore trainante e le pagine più caratterizzanti del giornale furono nei primi anni gli “interni” – che unificavano politica e cronaca nazionale – affidati alla guida di Gigi Melega, proveniente non a caso dal news-magazine mondadoriano Panorama, sotto la cui testatina spiccava significativamente proprio il motto: «I fatti separati dalle opinioni».

Se si vanno a sfogliare le prime annate del quotidiano, si rileva con nettezza una chiara e sistematica distinzione, assolutamente inedita nel panorama giornalistico italiano di quegli anni, fra cronaca e commenti, e fra il linguaggio della cronaca (omogeneo e frutto di un attentissimo e minuzioso lavoro di editing) e la scrittura dei commenti (propria dello stile di ciascuna “grande firma”). Fu questa la peculiarità e verosimilmente il principale motivo di attrazione della nuova testata, insieme alla modernità dell’informazione culturale e alla cura del settore “esteri”.

Ma Melega, il custode quasi maniacale della separazione tra i fatti e le opinioni, dell’asciuttezza cronachistica, del linguaggio non commentante, ad un certo punto decise di andare via da Repubblica. Certo, l’occasione fu l’offerta della direzione del settimanale Europeo, ma egli la colse al volo anche perché per lui e per quella concezione del lavoro giornalistico e del giornalismo gli spazi in via dei Mille si facevano sempre più angusti. Il ruolo e il peso degli “interni” di Melega, al quale peraltro non venne mai proposto di fare il vicedirettore, erano diventati nel giornale sempre più rilevanti e al contempo sempre più ingombranti per il fondatore e per le seconde linee provenienti dall’Espresso e da Paese Sera, cioè da due scuole differenziate sul piano ideologico e diffusionale (una liberale e di target medio-alto, l’altra comunista e di target popolare), ma ambedue estranee al giornalismo non schierato e non militante.

Paradossalmente ma comprensibilmente, proprio mentre la formula di Repubblica si consolidava e agganciava il mercato – stratificando man mano target fino ad allora rigidamente separati, aggiungendo all’informazione colta la cronaca, gli spettacoli e lo sport, e spostando la propria attenzione dalla risicata area socialista a quella ben più corposa dei quadri, della base e dell’elettorato comunista – la componente Espresso divorava la componente Panorama e lo scalfarismo si allargava in tutta la sua forza, eliminando ogni ostacolo alla propria espansione e impregnando di sé tutta la fattura del giornale. Non a caso, andato via Melega, gli “interni” furono scissi più tradizionalmente in “cronaca” (affidata ad un ex di Panorama) e in “politica” (affidata ad un ex comunista).