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Sono usciti quest’anno per Gremese Editore due testi, completamente diversi l’uno dall’altro per le tematiche affrontate, ma entrambi interessanti per le riflessioni a cui portano il lettore. Si tratta di Inferno Thai, di Warren Fellows, con Jack Marx, e Il figlio di Hamas, di Mosab Hassan Yousef in collaborazione con Ron Brackin.

Il primo libro rimanda a quella repulsione visiva che era stato capace di suscitare nel pubblico l’inarrivabile romanzo autobiografico di Charles Duchaussois, Flash ou le Grand Voyage uscito in Francia nel 1971. Come in Flash anche qui ci sono l’Asia, più precisamente la Thailandia, e il mondo dell’eroina. L’australiano Warren Fellows, quasi per caso, nel 1978 si ritrova a fare il corriere internazionale di droga e viene arrestato a Bangkok. Inizia per lui un calvario allucinante, iniziato con oltre trenta giorni di interrogatorio, e che finisce a Bang Kwang, considerato uno dei dieci carceri peggiori al mondo.

Fellows racconta la discesa agli inferi, celle dove decine di corpi sono ammassati gli uni sugli altri, di esecuzioni sommarie, di percosse, di atti di quotidiana sopravvivenza che hanno aspetti che vanno oltre l’umano. La lista delle nefandezze a cui l’autore è sottoposto e alle quali assiste è lunghissima, si va dal prigioniero trascinato avanti e indietro per una scala fino a quando il suo cranio non si spacca, alla vendita di topi per essere mangiati, dalla cattura di scarafaggi da ridurre in poltiglia come unico elemento proteico di una dieta povera, alla punizione del khun deo, l’isolamento coatto in versione thailandese. Tutto finisce con una rivolta carceraria che viene troncata con metodi da guerra totale, il rifiuto della droga, fino a quel momento elemento indispensabile di piacere effimero e il difficile reinserimento nella società. La scrittura di Fellows è semplice e non cade nella retorica, e mette in luce una realtà poco conosciuta come quella delle prigioni del Paese del sudest asiatico.

Il secondo testo racconta in prima persona la vita di Mosab Hassan Yousef, figlio dello sceicco Hassan Yousef, leader carismatico per molti anni di Hamas, che dopo essere cresciuto all’interno della stessa organizzazione palestinese si converte al cristianesimo e vende il suo stesso popolo al nemico di sempre: Israele. Nonostante non condivida il pensiero di Yousef junior, né quando era giovane militante di Hamas di serie A, né quando capisce, secondo lui, che l’unica possibilità per la pace in Medio Oriente è diventare cristiano e fare il doppio gioco per il Mossad, il testo è interessante per capire la complessità che tiene in piedi l’apparente facile dualismo Israele-Palestina e per entrare nella testa di una spia. A volte Yousef sembra uno di quei tristi, stanchi e decadenti doppiogiochisti di una spy-story inglese degli anni Cinquanta. Capisce che passare da una parte all’altra in modo schizoide e fingere con tutti lo porterà verso il baratro psicologico e che la carneficina continuerà implacabile, ma nonostante questo procede nella sua missione lacerante, fino alla scelta definitiva che lo farà apparire al suo popolo, a mio avviso giustamente, come un semplice traditore. Yousef o non Yousef a Gaza o a Gerusalemme gli attentati terroristici (dove vengono uccisi civili innocenti) continuano costantemente.