januaria

Quando Antonio Trezza, notaio dandy (ma potrebbe fare il creativo) mi ha invitato alla presentazione del “La Vita Nana” (Baldini & Castoldi), ho subito pensato: ecco ci becchiamo un altro titolo in sintonia con i tempi di vacca magra. Invece mi sbagliavo.

Eccomi con Antonio, un notaio tra i nani. Un incubo da asta fallimentare? No, è successo davvero. E io c’ero. E i nani…beh, i nani sono i protagonisti dell’opera prima di Enrico Dal Buono, scrittore ma potrebbe fare il modello. E Antonio mi fa una dichiarazione d’amore. Mica a me. Alla vita. “Vedi  io non amo solo il mio lavoro, ma in assoluto amo la vita e, quindi, le persone, i viaggi, l’arte, la letteratura. Solo che di solito il termine “letteratura” non è associato a chi ama la vita più di quanto non lo sia  “concordato preventivo”.  Invece la letteratura, proprio quando è fatta nel modo più serio, è anche gioco, scherzo, follia“.

Tutto il libro si basa sulla dialettica piccolo/grande, sull’alternanza di ciò che è alto e ciò che è basso, spiegava Dal Buono. Se è vero che la riuscita di un autore coincide spesso con la sua sincerità, Enrico è scrittore riuscito. Perché come vive, così scrive. “Posso  testimoniarlo perché è un mio caro amico”, mi sussurra Antonio. È una specie di ovetto Kinder che ha come sorpresina L’Urlo di Munch. È un Giano bifronte. Una faccia d’angelo con un cuore nero. La presentazione del suo romanzo non poteva che essere coerente con tutto questo.

Lui vestiva una tunica afgana verde scuro con 347 (assicurava lo scrittore) medagliette in ferro battuto cucite sul tessuto, chiusa in vita con un cinturone di metallo e pietre dure. “Ho comprato questa roba al Gran Bazar di Instanbul, dopo trattative estenuanti” ci ha spiegato a cena. Conciato in quel modo, ha avuto il coraggio di dire cose come “ I nani sono l’incarnazione dell’astuzia della ragione hegeliana”. Del resto, ha anche avuto il coraggio di spergiurare, serissimo, che il concetto alla base del libro (cioè che dietro ogni grande uomo non ci sia una donna, ma un nano), sia la pura realtà. “È giunto il momento che il mondo sappia” – ha detto – “che Napoleone sarebbe stato niente senza il suo nano Orestino, Hitler senza Robertuccio. Pure l’intero guazzabuglio mediorientale è opera dei nani.”

Chi lo presentava non era da meno. Davide Burchiellaro, vicedirettore di Marie Claire, faceva da ventriloquo a un nano di gomma che si ergeva sulla cattedra in tutti i suoi 30 centimetri. Moreno Pisto, caporedattore di Riders e fondatore di Write and Roll Society, indossava una casacca russa fucsia con decorazioni floreali turchesi. E lo scrittore Nicolai Lilin…è già un personaggio di suo, con le mani tatuate e la faccia da cecchino sovietico. “Invidio ai nani di Enrico la spietatezza, la mancanza di rimorsi” ha detto l’autore di Educazione siberiana.
Alle loro spalle, su un maxischermo, scorrevano le immagini del booktrailer che Enrico, col regista Michele Comi e un attore nano, ha girato proprio nello studio notarile di Trezza. “Mi serve un posto che dia l’idea della stanza dei bottoni da cui i nani governano la Storia” gli aveva detto. Una proposta che non ha potuto rifiutare.
Uno scrittore può dire “apotropaico” e può dire “cazzo”. Anzi, la prima parola è una funzione della seconda, forse non la più divertente, ve lo concedo. Enrico l’ha fatto, e l’ha fatto divertendosi, e siccome ha i capelli lunghi, gli occhi azzurri e una tunica afgana nessuno s’è addormentato o ha simulato una chiamata dalla suocera a metà presentazione. C’erano stilisti, fashionisti, una signora sovrappeso che si reggeva a una stampella, un nano ( che si è sentito un gigante), manager e topi da biblioteca, donne in tacco 12 e qualche caso umano. Una sineddoche della vita. Che è alta e bassa, nana e immensa. E c’erano spritz e negroni e vino,  chiacchiere di sottofondo e risate. Perché la letteratura è ebbrezza, la letteratura è vita.
Twitter@januariapiromal