Gravidanza

Noi rifiutiamo di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: ‘committenti’ italiani possono trovare in altri Paesi una donna che ‘porti’ un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione”. È l’appello firmato da alcune femministe italiane e rivolto alle istituzioni europee affinché la maternità surrogata (utero in affitto) venga dichiarata “illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale”.

Se state ancora pensando alla parola “femministe” fermatevi qui: il punto non è chi ha scritto, sostenuto o sottoscritto. Il punto è ciò che sta dietro alla raccolta di firme, le idee prescindono da chi le sostiene. Soprattutto se – come accade quando si parla di femminismo – convinzioni pregiudizievoli e narrazioni macchiettistiche sono in agguato. Anche se, naturalmente, torna subito alla memoria il famoso “l’utero è mio e lo gestisco io”. È uno slogan sconfessato o reinterpretato? Dicono: “Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione”. Messa così – al di là del fastidioso paternalismo e della retorica – non si può che essere d’accordo. Ma questo è un difetto generale del dibattito pubblico che sempre più spesso procede per frasi incontrovertibili (qualcuno potrebbe sostenere “vogliamo che le donne tornino a essere oggetti a disposizione”?) e sul pelo dell’acqua. Se proviamo ad allargare l’orizzonte, ci accorgiamo che la questione è tutt’altro che semplice. Potremmo seriamente sostenere che bisognerebbe – in nome del “il corpo non è un mezzo” – vietare le donazioni (di midollo, dei reni)? No. Allora dobbiamo dire che il corpo non è tutto uguale: alcune parti – quelle legate alla sessualità soprattutto – sono meno uguali. “L’utero non è un forno” da usare a piacimento e allora si può pensare di proibire l’aborto? E ancora: come si concilia tutto questo con l’articolo 5 del Codice civile, secondo cui “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”? Perché in Italia non è punita la prostituzione ma lo sfruttamento della prostituzione?

L’incapacità dei nostri politici a sanare la questione delle unioni gay dipende da una miopia che li rende ciechi: il mondo è già altrove. E anche in questo caso la scienza che rende possibili pratiche (diffusissime) come la fecondazione in vitro, ci mette davanti a domande che spesso hanno già risposte nella prassi (l’utero in affitto è legale in alcuni Paesi europei, in Russia, in molti Stati americani). Se è il diritto a doversi esprimere, però, la faccenda si fa spinosa (vieppiù quando si tratta di maneggiare libertà individuali). Quando i desideri aspirano a diventare diritti nasce un problema: non per nulla l’Italia non è riuscita ancora a produrre una legge sulle unioni e adozioni delle coppie di fatto. E anche, scandalosamente, sull’eutanasia.

Oppure possiamo metterla così: non vogliamo accettare di essere arrivati a un punto in cui la tecnica surroga l’individuo, dunque l’umano. Il progresso ha un prezzo, non sempre è un avanzamento. Ma chi è chiamato a dare soluzioni – o chi le invoca – dovrebbe provare a spogliarsi dai dogmi come dalle isterie (sì, deriva da hysteron, in greco utero). Anche se sono politicamente corretti, condivisi, o ritenuti giusti. Ci sono molti punti interrogativi, in queste poche righe. Ma i dubbi, che sono meno rassicuranti delle certezze, a volte sono più utili.

Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2015