Si aggira confuso in situazioni improbabili, dalla cartina del Molise ad un desktop di Windows XP, passando per l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Il fenomeno più virale dei social network in questi ultimi giorni è una GIF animata di Vincent Vega, il celebre personaggio di “Pulp Fiction” interpretato da John Travolta, colto mentre si guarda attorno con un’espressione molto poco convinta e calato nei contesti più assurdi che la mente di un nerd abbia mai potuto partorire.

La situazione, però, ci è decisamente sfuggita di mano. Già nel 2012 qualcuno aveva deciso di rispolverare in formato GIF questa scena in cui Vega, sotto effetto di droghe, va a casa della “signora” Mia Wallace e sente la sua voce dall’interfono, guardandosi attorno spaesato. Poi qualcuno ha avuto il colpo di genio. Perché non togliere l’appartamento della donna di Marsellus, ritagliare il “Travolta Confused” e appiccicarlo in una corsia piena di bambole? Ecco, un utente di Imgur – il paradiso delle GIF – che era un po’ indeciso sul regalo da fare alla figlia, ha fatto tutto questo e ha (inconsapevolmente?) fatto esplodere questa granata nell’internet ad inizio novembre. Il resto è storia della viralità. In una decina di giorni la GIF è stata vista da milioni di utenti su tutti i social a reti unificate. Ma non è bastato: si è aggiunto persino il video tutorial con cui il padre confuso ha spiegato come creare altre GIF animate simili, usando il programma Sony Vegas Pro. Da qui in poi è stato il degenero su Facebook e Twitter.

Si sa, le vie della viralità sono infinite e imperscrutabili. Siamo ancora alle prese con gli sfottò alla malinconia di Adele e agli ultimi colpi di #escile, e tuttora non ne afferriamo il ciclo di vita. È anche vero, però, che nel caso delle GIF poche altre volte è accaduto che un’animazione diventasse un “meme” asportabile. Abbiamo visto il volto di Gesù Cristo trasformarsi in Britney Spears, l’aggettante fondoschiena di Kim Kardashian diventare una rastrelliera per bici, Miley Cyrus fare twerking con gattini e altre forme di deboscio organizzato in Graphics Interchange Format, però questa è la prima volta che una singola GIF ha contato centinaia di varianti.

Quelli che fino a qualche anno fa erano pronti a cantare la messa in requiem a questo formato di animazione, si dovranno ricredere. Le GIF hanno una “lunga” vita nella storia dell’informatica, con una data di nascita precisa e un padre: le inventò Steve Wilhite nell’ottobre del 1987. Ai tempi del web 1.0 servivano a dare un tocco pacchiano ai primi siti, e l’esempio più classico era la scritta animata “under construction”. Poi queste animazioni entrarono nelle mail e nei primi blog, di cui molti ricorderanno gli osceni effetti glitterati con lo stesso fastidio degli squillini degli ex al Nokia 3310. Infine arrivarono i video su Youtube e i social, che in teoria avrebbero dovuto soppiantare questi file. E invece è andata diversamente. Tumblr è stato il primo social a farne un ampio uso organico, con interi profili dedicati solo ad animazioni softporn, a scene in loop di film famosi e persino opere d’arte. Tra gli appassionati, poi, hanno spopolato piattaforme come Imgur, con un archivio sconfinato di immagini, meme e, per l’appunto, GIF. Facebook, Instagram e Twitter non potevano rimanere a guardare dalla finestra. Così, nel corso dell’ultimo anno, hanno iniziato a supportare il caricamento di questo formato, moltiplicandone la diffusione ad ogni livello: dall’advertising al cazzeggio molesto.

Gli ingredienti che stanno dietro alla trasformazione di un’animazione in un meme, che si tratti di una scena cinematografica, un avvenimento sportivo o un disegno, rimangono solo due: l’ironia e la decontestualizzazione. Talvolta è proprio il non-sense a rendere il meme un mezzo di comunicazione non verbale. Fin quando il web ne sarà pieno, il destino delle GIF non sarà quello dei floppy disc.