Photo Piero Cruciatti / LaPresse

Se la musica è speranza, allora io credo che ci sarà speranza finché ci sarà buona musica. L’obiettivo di un blog deve essere sì quello di far discutere, informare (magari non tanto nel caso dei blog musicali), arrabbiare, ma è  sopratutto quello – almeno nei miei panni, quelli cioè di un addetto ai lavori – di far ‘scoprire’ cose belle, nuove, fresche e interessanti.

Una parte consistente della mia vita, grazie al sodalizio che dura da più di qualche anno con Andrea Caovini ne L’Urlo Libera Associazione di Liberi Musicisti, è dedicata alla ricerca e alla valorizzazione – senza alcuna tentazione di ‘mainstream’ – delle realtà musicali migliori di Roma e Provincia. E’ con lo stesso spirito che, da quest’anno, grazie alla collaborazione con Radio Rock, Midria, Voodoo Guitars e WaveTown Studios abbiamo dato vita, dopo anni comunque pieni di soddisfazioni, alla prima edizione di “Rock On Parade”: non un contest ma appunto una ‘parata’, una sfilata di esibizioni dal vivo che non hanno nessuna pretesa di stabilire “chi è meglio di”, ma solo la volontà di mantenere la fiamma accesa e, perché no, scatenare un incendio. Una missione coraggiosa, resa quasi obbligata dallo stato delle cose di un paese che nulla fa per tutelare la musica dal vivo e che, passano i governi e le ‘nomine’, nulla ha investito in uno degli ambiti che ben prima che Vasco e Ligabue cadessero sempre sullo stesso accordo ci aveva invece resi grandissimi nel mondo.

Delle centinaia di musicisti iscritti, che umanamente e artisticamente parlando rappresentano tutti una scoperta, arriviamo alla finale – questa domenica – con 6 band di cui voglio accennarvi solo brevemente lasciandovi la libertà di ascoltarle, apprezzarle, criticarle ma comunque – e lo dico specie per i “leoni da tastiera” – dedicando loro il tempo che meritano: in positivo, come in negativo.

Cominciamo con gli Skasso, le cui influenze che vanno dallo ska (giamaicano e britannico) al reggae un po’ più nostrano. Ci hanno da subito inebriati un po’ tutti, specie per la precisione e la puntualità nelle esibizioni live. Non che non sia così anche per gli altri, anzi, ma tienila incollata ‘tu’ come fanno loro una band di 5 elementi che viaggia costantemente alla ricerca del ritmo e dello ‘strappo’. La loro stravaganza è lo specchio riflesso invece della lucida follia dei Dagomago, che partiti da Torino per arrivare a Roma hanno qui trovato l’affetto, che sicuro non gli mancava, e anche tanti ma proprio tanti complimenti: “musica leggera da cantare a squarciagola”, queste sono le parole che usano per descrivere loro stessi. Modesti questi Dagomago: ascoltare per credere.

E dopo due band, che sul palco di certo non si risparmiano con i volumi, t’arriva Lo Spinoso che con la sua chitarra ‘fingerstyle’ incolla tutti – neanche fosse un’ipnosi di gruppo – all’ascolto di un folk che strizza l’occhio un po’ al blues un po’ al ‘semplice’ cantautorato: ma lui di prevedibile e banale non ha proprio niente.

I Phildrop, altro progetto un po’ acustico e un po’ no, viaggiano invece su frequenze che anche qui si riesce sì a cogliere, ma perdendone facilmente il conto: la loro musica suona, mi sentirei di dire, come un pop nobile e crossover che parecchio attinge dal funk e dall’elettronica. Dal fortino dorato, quasi fiabesco, di questi bravi ragazzotti di provincia si torna dalle parti di Roma e della musica romana ‘attuale’ con l’ironia e la consapevolezza dei Santi Bevitori: una presenza costante, praticamente immancabile all’interno delle playlist di buona parte degli speaker dell’FM romano. E, per come la vedo io, non potrebbe essere che così: aldilà del gusto, delle diverse sensibilità, ci sono gruppi che pur giovani arrivano come ‘compiuti’ (non finiti, eh) e non si può non tenerne conto.

Quella dei Vincent è invece un’avventura recente, probabilmente quella che più si distanzia – in egual modo – dalle band e dai solisti di cui ho appena parlato, accennato: passando pure per diverse line-up e assetti, la cosa che di loro più mi ha colpito è stata la capacità, costante, di creare atmosfera, patos, empatia, giocando ad altissimi livelli con gli strumenti su una struttura-canzone in realtà molto lineare. E anche qui, per sgombrare il campo da ogni ambiguità, si tratta di un complimento.

Detto questo, la mia missione è compiuta: l’appuntamento, non ultimo per sottoporre o segnalare ‘dal vivo’ la vostra musica ma sopratutto per ascoltarne tanta e di qualità è, con il sottoscritto, tra due giorni. Se potete, evitate di prendere impegni.