“La guerra del presepe” ha conquistato l’attenzione generale, decine e decine gli articoli e le trasmissioni che hanno raccolto le voci dei crociati schierati pro o contro.
Salvini ha annunciato che farà il suo presepe, probabilmente al posto degli arabi metterà delle statuette padane, il bue sarà di Cantu, l’asinello di Treviglio, i Re Magi scenderanno dalla Val Brembana, il bambino sarà un celtico, i genitori rigorosamente bianchi pallidi dal Ticino.

Presidio all'Istituto Garofani di Rozzano con Matteo Salvini e Mariastella Gelmini

Neppure quel genio di Crozza sarebbe riuscito ad immaginare nulla di simile, ed ha assolutamente ragione quando ricorda che alcuni di quelli che oggi difendono il presepe avrebbero chiamato la celere per far sgomberare quel campo profughi raccolto davanti ad una capanna abusiva in attesa di un evento “eversivo”: la nascita senza concepimento del futuro Re degli ultimi e dei disperati.

Per l’ennesima volta, quasi tutti, ci siamo fatti prendere per i fondelli da un dibattito senza senso e senza ragione, una costruzione mediatica finalizzata ad alimentare l’industria della paura e dell’odio.

A fronte di poche realtà dove è stato innescato un clima di scontro e di reciproco livore, esistono migliaia e migliaia di esperienze dove il dialogo e l’incontro sono il pane quotidiano.
Ci sono scuole dove, invece di levare il presepe, hanno imparato a conoscere le abitudini e le tradizioni degli altri, invece di espellere qualcosa o qualcuno, hanno aggiunto conoscenza, informazioni, hanno sviluppato un atteggiamento rispettoso delle diversità e delle differenze, anche di quelle dei non credenti che spesso vengono letteralmente cancellati dalle discussioni di questi giorni e di sempre.

La stragrande maggioranza di coloro che hanno alimentato la “guerra del presepe” non aveva e non ha Cristo nel cuore, ma più biecamente punta ad acchiappare facili consensi sfruttando la paura di chi teme di “non essere più padrone a casa sua…”.

Non casualmente mentre i crociati senza croce ululavano in Padania e dintorni, Francesco, durante il suo viaggio in Africa, entrava in moschea e, insieme ai musulmani, pregava contro guerre, violenze, fame e contro chi ammazza bestemmiando il nome di Dio.

Così domenica pomeriggio, 6 dicembre, ad Assisi, i frati francescani, insieme ai musulmani, a decine di donne e uomini che hanno scelto l’Italia come nuova terra, hanno deciso di inaugurare insieme l’albero di Natale e il presepe, ciascuno lo farà con le sue parole e con le sue preghiere. Lo faranno davanti ad un albero di Natale speciale, davanti al quale è stato deposto un barcone arrivato dall’isola di Lampedusa, uno di quelli che ha dato corpo ad una speranza o ne ha ospitato la fine, insieme contro le ragioni che provoca quell’esodo: guerre, povertà, ingiustizia, terrorismo.

Altro che la guerra del presepe!