Qualche giorno fa avevo commentato con un post su questo giornale i dati pubblicati da Sapienza Università di Roma sul calo del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università italiane, che rivelano un vero e proprio abbandono dell’Università pubblica da parte dello Stato. Avevo aggiunto che, per coprire il disimpegno dello Stato nei confronti di un diritto dei cittadini sancito dalla Costituzione, i governi in carica nel decennio scorso avevano fatto ricorso al miraggio di una “valutazione meritocratica” (la Valutazione della Qualità della Ricerca, Vqr) finalizzata a spostare il possibile biasimo dei cittadini elettori dal governo all’istituzione valutata. Avevo scritto: “Si fa finta di valutare allo scopo di poter dire che le università hanno avuto meno soldi per colpa del loro scarso valore scientifico”. Non era una opinione esclusivamente personale: molte Università, la Conferenza dei Rettori, e recentemente anche il Consiglio Universitario Nazionale (Cun), hanno raccomandato la sospensione della Vqr per ragioni analoghe.

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Alcuni lettori hanno interpretato il mio articolo come un rifiuto delle valutazioni meritocratiche tout court o limitato ad un momento di riduzione di finanziamenti; ma il problema della valutazione dell’efficienza dei servizi pubblici è troppo complicato per pretendere di compendiarlo in un post. In generale io penso che la valutazione abbia senso solo se è finalizzata al miglioramento del servizio offerto al cittadino, non alla sua distruzione. Se un servizio (ad esempio: una Università) viene valutato e si scopre che funziona male, il problema che la politica deve porsi è quello di migliorarlo, non di tagliargli i finanziamenti a scopo punitivo fino a strangolarlo, come sta succedendo attualmente con il sistema universitario italiano. Si può commissariarlo, se necessario, o licenziare i dipendenti comprovatamente inadempienti, ma la distruzione del servizio va a danno dei cittadini-utenti. Io sono quindi in totale disaccordo col Prof. Sergio Benedetto, coordinatore nazionale della Vqr 2004-2010, che in una intervista al quotidiano Repubblica aveva dichiarato: “Qualche sede dovrà essere chiusa”.

Molti, in Italia, apprezzano uno scandalismo ingenuo, sul modello di “Striscia la Notizia”, il cui messaggio “sono tutti farabutti” genera indignazione, ma lascia le cose sostanzialmente come stanno (avrebbe Berlusconi tollerato nelle sue televisioni un programma di vera e costruttiva denuncia sociale?). Lo stesso scandalismo permea l’uso punitivo della Vqr: la valutazione è infatti costruita in modo tale da garantire che uno scandalo da punire esista sempre perché ogni classifica avrà dei primi e degli ultimi, a prescindere dalla qualità media del servizio offerto. Al pubblico la Vqr viene presentata come una operazione di pulizia domestica, sul genere di quella che ciascuno di noi compie periodicamente per le proprie mutande: si identificano quelle vecchie e consunte, che si buttano via, e si tengono le altre. Se poi uno eccede nella valutazione meritocratica delle proprie mutande, e rischia di restare col sedere scoperto, va al supermercato e si compra qualche mutanda nuova.

Ci sono differenze tra la Vqr delle proprie mutande e quella dell’Università: in primo luogo per valutare ai fini di scartare qualcosa, occorre disporre di un eccesso del bene valutato, e questo non è il caso delle Università italiane che non bastano a coprire il fabbisogno di laureati del paese e ospitano una popolazione di docenti e ricercatori per milione di abitanti che è la metà di quella degli altri paesi sviluppati. In secondo luogo, valutare allo scopo di scartare e distruggere, richiede che il bene valutato sia facilmente sostituibile: lo si deve poter buttare via senza rimpianto e produrre nuovamente senza gravi costi e questo, di nuovo, non è il caso di nessun servizio pubblico, men che meno della scuola e dell’Università. La Vqr è stata e continua ad essere svolta (male) come se si valutassero mutande anziché Atenei. E il sistema dell’istruzione nel nostro paese è rimasto col sedere scoperto.