giorgio gaber interna nuova

Non c’è paese europeo più bisognoso dell’Italia di una rivoluzione, una di quelle vere. Allo stesso tempo, lo sanno tutti, non c’è nessun paese come l’Italia così conservatore, così refrattario ai cambiamenti reali. Lo dice la storia, per fermarci a quella più recente, ad esempio, anche i gatti sanno che l’Unità nazionale si concluse con l’affermazione dei vecchi ceti dirigenti, già compromessi con i governi reazionari preunitari. Anche il processo di rivoluzione industriale in minima parte determinò un cambiamento di gerarchie sociali rispetto all’antica società agraria. Il socialismo ebbe una sua storia gloriosa verso la fine dell’800, ma una volta giunto nelle stanze del potere finì addomesticato dal riformismo giolittiano, oppure confluì nel fascismo. Il comunismo italiano – guardando i fatti – più che altro finì per adattarsi alle consuetudini italiane, anziché trasformare in senso egualitario la società italiana. Lo stesso fascismo, nato certamente come un movimento rivoluzionario, finì rapidamente per obbedire agli interessi dei grandi industriali e dei latifondisti più che agli interessi dei lavoratori, stravolto dalle consuetudini italiche di malaffare e malgoverno. Infine del ’68, dopo anni di clamori ma anche di dolori, tutto ciò che resta, onestamente, è solo la brillante, ostinata carriera di qualche ex rivoluzionario, sdraiato a pelle d’orso nei confronti di quelle stesse istituzioni che voleva sovvertire. Insomma anche qui aveva ragione Giorgio Gaber (mai abbastanza rimpianto), “la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”.

Non è certo una rivoluzione violenta quella che ci aspetteremmo e della quale avremmo bisogno come del pane quotidiano, ma una rivoluzione necessaria, razionale, appunto indispensabile. Da troppo tempo l’Italia si è fermata, nella politica, nella cultura, nell’economia e ha bisogno di colmare in breve tempo una distanza che si è fatta profonda e che può essere ridotta solo con interventi radicali, con un’inversione generale di tendenza. Se ci guardiamo attorno, senza per questo considerarci disfattisti, osserviamo pacatamente che il Paese deve essere rifondato in tutti i settori della vita, nessuno escluso: l’economia e il lavoro; lo stato sociale e le istituzioni; l’università, la ricerca e l’istruzione; la cultura e l’ambiente; la magistratura, la giustizia e e le leggi; perfino lo sport e lo spettacolo sono quelli propri di un paese in grave ritardo. In nessuno di questi settori abbiamo più un secondo da perdere e il danno maggiore sarebbe quello di continuare a pensare che una rinfrescatina superficiale possa essere d’aiuto, mentre invece non fa che aggravare i nostri problemi.

Questo sentiamo di rimproverare prima di tutto al governo attuale: il fatto di volersi presentare come nuovo, come riformatore, quando invece, proprio per la parzialità e la modestia dei cambiamenti introdotti (alcuni profondamente errati, ma non importa), finisce per portare acqua al mulino della conservazione di una società sbagliata e inefficiente: “nuovi di fuori e vecchi di dentro”, come già cantava ancora Gaber a proposito dei “compagni socialisti”. Né mi pare che la colpa maggiore sia quella di non aver ottenuto i risultati che si era prefisso, ma quella di aver, per l’ennesima volta, ritardato il vero cambiamento necessario al paese, con la cortina fumogena di un finto rinnovamento.

D’altro canto, onestamente, altri sono i soggetti dai quali attendersi un maggiore impegno “rivoluzionario”, ma si sono tutti, almeno così pare, imborghesiti (nulla – notoriamente – è più antirivoluzionario di un borghese…). Anche recenti pubblicazioni di intellettuali appartenenti alla sinistra “storica e più radicale” che mi è capitato di leggere, finiscono al massimo per “sperare” in forme temperate di capitalismo, in rivisitazioni con pannicelli caldi di schemi correttivi tardo ottocenteschi à la Keynes, impegnati a salvare il salvabile, incapaci di comprendere che due vecchi arnesi rinnovati non cambieranno nulla e soprattutto non possono sostituirne uno nuovo.

Ognuno potrà avere la sua idea di rivoluzione. La mia è che il problema cruciale è quello della partecipazione. Il mondo in cui viviamo oggi non rappresenta i cittadini che lo costituiscono, non ascolta i loro bisogni e le loro necessità. C’è troppa distanza tra il coinvolgimento passivo dei cittadini come contribuenti e come esecutori e l’inclusione attiva, la loro possibilità di influenzare l’organizzazione sociale. In mezzo c’è un tappo grosso di piccoli interessi di bottega che blocca la formazione di strutture al servizio dei cittadini e questo tappo va eliminato. Questa è la mia idea di rivoluzione. Ma son pronto a rispettare ogni idea di persona seria che dimostri di aver compreso l’importanza di cambiare radicalmente questo paese a vantaggio dei più, spazzando via tutti i privilegi dei pochi (che sommati sono troppi). Però basta con le menzogne, le parole vuote, le promesse da mangiafuoco. Prima o poi anche al popolo più conservatore del mondo toccherà fare una rivoluzione.