“Dopo sette anni dall’esplosione della crisi, le cause che l’hanno originata non sono state ancora risolte e, per molti versi, neanche affrontate“. Questo è l’assunto dal quale parte il libro ‘Riforma del capitalismo e democrazia economica‘, una raccolta di saggi a cura di Laura Pennacchi e Riccardo Sanna (Ediesse, 2015) presentato con un convegno nella sede della Cgil a Roma. “Bolle economiche e stagnazione sono oggi la forma dell’attuale modello di sviluppo. Un meccanismo che così com’è crea conflitti”. Questo il pensiero espresso nel corso dell’incontro da Danilo Barbi, segretario confederale Cgil. E al suo segue quello di Laura Pennacchi, coordinatrice del forum Cgil economia: “Il capitalismo finanziarizzato è una grave minaccia alle istanze di partecipazione, bisogna lavorare per un capitalismo migliore. Come si è visto le alternative ci sono – spiega la Pennacchi – le politiche di Obama sono state molto diverse da quelle di austerità restrittiva adottate dall’Europa, sotto la spinta della Merkel“. Ma il sistema economico governato dalla finanza è davvero riformabile? “Il capitalismo è governabile”, risponde Innocenzo Cipoletta, presidente dell’Università di Trento. “Ma non bisogna pensare che lo si possa cambiare radicalmente. Oggi – prosegue – dobbiamo ripartire come dopo una guerra, con interventi dell’Europa e non con interventi dei singoli Stati, che da soli non riescono a governare un’economia globale”. Per il collega Lorenzo Sacconi, docente di politica economica presso lo stesso ateneo, “c’è bisogno di un ‘capitalismo degli stakeholders‘, un sistema che faccia gli interessi dei soggetti coinvolti riconoscendo i diritti di ciascuno in maniera equa. Ma purtroppo in Italia, con questo governo, tutte le proposte che riguardano il mondo dell’impresa vanno nella direzione del modello che ha già fallito”. E se i sistemi democratici arrancano di fronte all’evoluzione di quelli economici e finanziari, i relatori del convegno concordano sul rischio che l’incapacità di governare questi fenomeni spinga i singoli Stati a ripiegare entro i propri confini. “Il pericolo di un involuzione nazionalistica è evidente”, sostiene Vincenzo Visco, economista e più volte ministro dell’Economia e delle finanze. Che avverte: “L’Europa rischia di disintegrarsi”