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I responsabili del governo dell’Italia ci esortano continuamente a trasformare le scuole di ogni ordine e grado in cosiddetti centri di eccellenza; poi quando le scuole eccellenti già esistono, non ne riconoscono la qualità e non le sostengono finanziariamente; infine di recente il ministro Poletti ha esortato gli studenti italiani a laurearsi il più in fretta possibile, senza dare importanza al voto con cui si laureano.

I giornali hanno pubblicato stralci del suo discorso che meritano una citazione integrale: “..110 e lode a ventotto anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21 anni….Così un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare…Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più, si butta via del tempo che vale molto di più di quel mezzo voto”. Sono affermazioni talmente gratuite che si liquiderebbero da sole, non fosse che corriamo il concreto rischio di vedere il ministro Poletti seduto con altri soloni al tavolo dove (secondo minacciose ancorché ancora vaghe promesse già avanzate dal Primo Ministro) si progetterà la “Bella Università”.

Perciò forse non è inutile offrire al ministro Poletti un paio di spunti su cui potrebbe fruttuosamente (a mio avviso beninteso) riflettere. La prima sorpresa è che il superaziendalista, efficientista e produttivista Poletti condivide due feticci arcaici, credenze di tipo semimagico diffuse un tempo in un paese, l’Italia, che faticosamente recuperava il proprio ritardo rispetto ai tempi della rivoluzione capitalistico-industriale: l’idea che quello che conta è il “pezzo di carta”, come te lo prendi non significa nulla, sbrigati, corri, corri, bruciati e brucia tutto, l’importante è che a 21 anni hai la laurea e puoi fare il concorso alle poste. O dove che sia. (Tanto poi un vero concorso non sarà, ma, se ti va bene, sarà una bella assunzione a tutele crescenti).

Il secondo feticcio è la convinzione che l’università sia un luogo magico, che effonde positivi influssi, sicché basta passarci tre anni, anche non capendo niente e prendendo regolarmente il 18 minimo agli esami, per uscirne miracolati, laureati, competenti, efficienti, eccellenti. O almeno in grado di competere con gli altri miracolati in patria e non si sa bene con chi all’estero.
Dubito che i tedeschi, francesi, inglesi, irlandesi o quel che sia, laureati a 21 anni con il minimo dei voti, possano battere gli italiani solo perché questi ultimi hanno mediamente sei o sette anni di più.

E poi, il ministro Poletti lo sa che anche in Italia ci si può laureare a 21 anni, prendendo la cosiddetta laurea triennale? E che la stragrande maggioranza degli studenti italiani ritengono che “la laurea triennale non serve a niente per trovare lavoro”? E che una buona percentuale di loro non trova lavoro neppure con la laurea magistrale (cinque anni di studio e non tre) per la semplicissima ragione che in Italia lavoro per i giovani non ce n’è, qualificati o meno che siano?

D’altra parte il sapere di qualunque tipo, non solo il sapere altamente astratto, non è un prodotto che si può concentrare, disidratare, infilare in quello spazio dato che è il cervello umano e poi sperare che, una volta ficcato a forza e celermente là dentro, rifiorisca, si idrati di nuovo, cresca e produca splendidi frutti. Chi studia per tre anni ha studiato meno di chi ha studiato per cinque anni, mentre per chi studia da 18 vi è un’altissima probabilità che ne sappia molto meno di chi sta studiando da 30. Non solo se si tratta di fare un trapianto cardiaco o di costruire un aereo di nuovo tipo o di andare a esplorare Marte; ma anche – pensi, ministro Poletti! – se si tratta di tappezzare un divano o di produrre un certo vino.

E se l’obiettivo è quello di avere lavoratori che non pensano, non innovano, non creano, non fanno progredire le tecniche per migliorare il prodotto e l’unica cosa che interessa è, come Poletti stesso ha spiegato un paio di giorni dopo proponendo di fatto il ritorno alla retribuzione basata sul cottimo, il numero di pezzi prodotto, allora bisogna imboccare un’altra strada. Compriamo tutti i robot che i paesi che li sanno produrre sono disposti a venderci e mettiamo loro, i robot, al lavoro; e lasciamo a quei fannulloni, perdigiorno, cocchidimamma viziati dei nostri giovani la possibilità di ‘girare in tondo per prendere mezzo punto di più’. Ce ne saranno grati.

Non è colpa sua, del ministro Poletti. Anche lui è di quelli che non hanno studiato da ministro, ma aveva imparato a fare tutt’altro mestiere. Gli è capitato che, in clima di cosiddetta rottamazione, a lui che è un homo novus (!), sia stato affidato un dicastero…
Bene, anche per scusarmi del tono non proprio rispettoso di questa nota, prometto al signor ministro un altro blog a distanza di pochi giorni, dove esporrò qualche mia idea sull’università. Ideuzze, signor ministro, per carità; ma che almeno sono maturate nel corso di un’esperienza di insegnamento quarantennale.

Post Scriptum malizioso. Avete notato che l’argomento della poca voglia di studiare e/o lavorare dei giovani torna regolarmente alla ribalta quando un governo non sa come creare posti di lavoro e ridurre la disoccupazione dei giovani stessi? Capitò, se non sbaglio, con Padoa-Schioppa, poi quando fu ministro del lavoro Elsa Fornero; capitò con il superfico, supersmart Michel Martone e ora con Poletti, che è difficile definire superfico o supersmart, ma quanto a vaniloquio non è secondo a nessuno. Ma l’idea che i giovani se vengono non aiutati, ma come dice la Costituzione sostenuti nel loro diritto di accedere a una formazione e di acquisire un posto nella società, diventano pigri e fannulloni circolava già in Inghilterra ai tempi della Thatcher. Chissà perché…..