Oltre al danno pure la beffa. Chi veda violato il proprio diritto alla ragionevole durata del processo non solo si vedrà liquidare un indennizzo più basso, ma dovrà fare di tutto per non averne affatto diritto. Proprio così. Lo prevede la Legge di Stabilità che prova a porre rimedio alla giustizia lumaca, ma a tutto svantaggio dei cittadini.Come ilfattoquotidiano.it ha potuto verificare. Anche spulciando la documentazione a corredo della stessa legge messa a punto dal servizio studi di Camera e Senato.

MAGLIE STRETTE La finalità della norma è infatti evidente: in questi anni, a causa dei processi fiume, lo Stato ha accumulato uno stock di debito di oltre 455 milioni di euro a titolo di risarcimento per i procedimenti non definiti entro il termine massimo di 6 anni. Ogni anno vengono presentate circa 12 mila istanze relative a richieste per cause definite con ritardi fino a 3 anni (sono il 25%), per indennizzi tra 3 e 7 anni (55% circa 6.600 casi). Ma ci sono anche richieste di risarcimento per ritardi che definire esorbitanti è riduttivo: in 2.400 casi oltre 7 anni rispetto al termine di legge. Le cifre che ogni anno le casse dello Stato liquidano per questi procedimenti è di circa 45 milioni. Una spesa destinata a scendere, almeno negli uspici del governo, a 42 milioni già nel 2016 e a 35,8 milioni nel 2017. Ma per gli anni a venire si accarezza l’idea che il risparmio sia estremamente più consistente perchè le maglie per ottenere l’indennizzo verranno strette in maniera drastica.

DIFESA IMPOSSIBILE Parola d’ordine ‘razionalizzare‘. Naturalmente, nel silenzio generale. Per il futuro infatti si avrà diritto all’equa riparazione solo se il cittadino si è fatto carico di ricorrere ai rimedi preventivi e cioè di chiedere al giudice di accelerare in ogni modo la definizione del contenzioso, anche nel caso in cui, non certo per colpa sua, la causa non sia ancora pronta ad andare in decisione. L’effetto, specie per quel che riguarda il settore civile, potrebbe essere paradossale: per garantirsi l’eventuale possibilità del risarcimento il cittadino dovrebbe chiedere di rinunciare al rito ordinario e invocare una decisione allo stato degli atti, anche a rischio di perdere la causa. Se non lo farà, rinuncerà però a priori all’equa riparazione per la violazione del termine fissato dalla legge Pinto. Una innovazione che provoca le proteste dei legali.

AVVOCATI ALLERTA “Questa previsione -così come la palese violazione di legge che si configura affidando il procedimento per ottenere l’equa riparazione a giudici dello stesso distretto dei magistrati del processo che non si è concluso entro i termini- è inaccettabile”, dice per esempio l’avvocato Maurizio De Stefano che, nel 1987, ha rappresentato l’ordine degli avvocati di fronte alla Corte di Strasburgo nel primo processo riguardante la lentezza della giustizia civile. “Castrare l’istruttoria vuol dire ridurre il diritto di difesa perchè abbandonare il rito ordinario per il rito sommario implica l’impossibilità di portare prove nuove. Peraltro, come avvocati, potremmo essere persino esposti ad una azione di responsabilità professionale allorquando la causa avrebbe richiesto una piena e compiuta istruttoria”.  E non basta: “Solo la disponibilità di maggiori risorse”, conclude l’avvocato De Stefano, “può incidere sui tempi del processo; ora come allora servono più giudici e cancellieri”.

MALEDETTA LUMACA Ma la Stabilità non pone solo questo paletto per chiedere l’indennizzo.  In caso di prescrizione del reato o di contumacia della parte nel processo penale, ma anche in altri casi sarà la parte  a dover dimostrare di aver subito un danno dalla giustizia lumaca. Nel caso in cui, per esempio, il valore della causa civile non sia esorbitante o quando pur avendo subito un danno la parte si sia comunque avvantaggiata dal ritardo, sarà il cittadino, con una completa inversione dell’onere della prova a dover dimostrare, per ottenere l’indennizzo, di aver subito un pregiudizio dall’irragionevole durata del processo.

POVERI INDENNIZZI Ovviamente, c’è anche dell’altro. Rispetto alle norme attuali che prevedono un indennizzo da 500 a 1500 euro per ogni anno che eccede il termine di ragionevole durata, le somme sono ora ridotte: si passa a 400 euro fino a un tetto massimo di 800 ulteriormente ‘scontabili’ per le casse dello Stato. L‘indennizzo infatti può’ essere diminuito fino al 20 per cento se le parti del processo sono più di 10 e fino al 40 per cento se sono più di 50. Ma non è finita: nel caso nefasto che il processo duri un’eternità e alla fine le richieste vengano rigettate, l’indennizzo dovuto per la violazione della ragionevole durata del processo sarà ridotto fino a un terzo.

RESA DEI CONTI Un conto in sospeso. Non poteva certo mancare una ulteriore limitazione: gli indennizzi potranno essere erogati entro il limite delle risorse disponibili di un apposito capitolo del ministero della Giustizia. Per fortuna sarà possibile un‘anticipazione di tesoreria, ma solo nel caso venga attivata l’esecuzione forzata. In quel caso sarà Banca d’Italia a provvedere registrando il pagamento in ‘conto sospeso’ in attesa che il ministero regolarizzi la partita contabile non appena abbia le risorse per farlo.