Era il 2000 e una mattina, leggendo il Messaggero, fui attratto da una notizia che pubblicizzava una piccola rassegna di jazz in un locale in via XX Settembre.

Lessi il nome del locale: New Orleans Café e mi chiesi come mai io, sempre molto attento a quel che succede nella Roma by night, non mi fossi accorto che ci fosse un locale jazz con quel nome. Aspettai l’ora di apertura dei locali e mi recai in via XX Settembre, 52.  Che meraviglia! Un arredamento secondo tutte le regole della musica di New Orleans con una grande foto sul fondo tratta dal film “La città del Jazz” che ritraeva la jazz band di Louis Armstrong e un gruppo di musicisti che in un angolo suonava quella musica a me cara. Mi sedetti e aspettai l’intervallo per capire che stesse succedendo. La cosa mi incuriosiva e mi interessava più del dovuto anche perché poco tempo prima avevo avuto dei dissensi con l’Alexanderplatz e mi ero ripromesso che non ci avrei mai più messo piede.

Fui avvicinato dai musicisti che già conoscevo e dai gestori ai quali chiesi da quanto tempo esistesse il locale e come fosse organizzata la programmazione delle orchestre. Si fece avanti Emiliano, uno dei responsabili, che mi disse che non c’era alcuna programmazione e che quella piccola rassegna, mi pare di tre giorni, fosse una tantum occasionale per cercare di far conoscere il posto, che più che un locale di musica vera e propria, fosse allora soltanto un pub. “Ma allora, l’arredamento?” – chiesi – “E’ stato l’architetto” mi rispose Emiliano. E allora gli chiesi: “Ma avete pensato di farlo funzionare con una programmazione regolare di jazz?”. “Certo che ci abbiamo pensato” mi rispose; e io “ma avete già pensato a chi ci suonerà?”, “Certo, ci suonerà lei” mi rispose. Ed Emiliano aveva proprio ragione. Detto fatto, in pochi giorni avevamo già pensato a una pedana, a una batteria fissa, al pianoforte sul fondo e ad avvertire tutti gli amici che amano la nostra musica.

Iniziai io con il mio gruppo ma con Emiliano e suo fratello Nazzareno pensammo chi altri invitare. Non fu difficile e i nomi in men che non si dica ci vennero in mente: Carlo Loffredo, Romano Mussolini, Gianni Sanjust, Luca Velotti, Guido Pistocchi, Cicci Santucci e in seguito Minnie Minoprio, Marcello Rosa… e man mano tutti i musicisti della nostra area che per giorni, settimane e anni si esibirono tutti i giorni per anni su quella pedana. Il New Orleans Café inoltre è l’unico locale di jazz italiano raccomandato mensilmente dalla rivista Mississippi Rag che si stampa a Minneapolis nel Minnesota.

Tra i gruppi più “giovani” uno strepitoso successo riscuote quello del clarinettista/batterista Emanuele Urso che manda letteralmente in visibilio il pubblico ogni volta che si esibisce. E non dimentichiamoci dei musicisti “stranieri” che si sono succeduti come Dan Barrett, Oscar Klein, Carol Sudhalter, Michael Supnick, Clive Riche, Harold Bradley… e dei personaggi famosi che spesso ci vengono a trovare: Franco Nero, Luciano De Crescenzo, Pippo Baudo, Roberto Pregadio, Anna La Rosa, Enrico Montesano, Barbara Bouchet, Renzo Arbore, Carlo Giuffrè, Paola Saluzzi, Mariano Rigillo, il giudice Imposimato, Isabella Rossellini, Italo Moretti, Mariangela Melato, il non dimenticato Bruno Lauzi (che spesso cantò con noi), Maurizio Micheli e Vanessa Redgrave che una notte di Capodanno di qualche anno fa, mentre stavo suonando con la mia band, arrivò accompagnata da Franco Nero, raggiunse la pedana, di sua iniziativa prese il microfono e, come per magia, intonò la canzone “Moon River” fra lo sguardo attonito e incredulo del pubblico che mai avrebbe pensato di trascorrere un Capodanno così straordinario.

Questo era il New Orleans Cafè fino a qualche anno fa. Ora purtroppo è stato chiuso, ma non disperiamo che prima o poi si riapra da qualche altra parte a Roma per riprendere e continuare gli stessi successi delle passate stagioni.