Come ben saprete, su queste pagine siamo soliti parlare e commentare novità provenienti dal mondo del fumetto. Ma questa volta soffermarsi su disegni, nuvolette e colori, limitandosi a passare in esame lo stile di Stefano “S3Keno” Piccoli, e la sua capacità di narrazione, potrebbe non bastare.

Proprio così, perché dietro l’ultima storia alla quale il fumettista romano ha deciso di dare forma, si celano uomini, donne, bambini, soldati, medici realmente esistiti. Lacrime, sangue e vite spezzate. Madri, padri e figli i cui corpi, ora, è molto probabile stiano giacendo sotto alti strati di polvere e macerie. Perché Guerrilla Radio – Vittorio Arrigoni, la possibile utopia (edito da Round Robin Editrice), è la storia di un ragazzo che ha sacrificato se stesso, la sua vita e gli effimeri piaceri di un’esistenza “agiata”, per un ideale. Niente fiction, solo la dura realtà delle cose. E, proprio per questo, ogni tipo di discorso si fa tremendamente complicato.

Vittorio Arrigoni, appunto. Attivista, scrittore e giornalista come si è soliti etichettarlo noi “estranei”. Uomo, amico e sognatore, come da sempre viene definito da chi ha avuto modo di conoscerlo veramente.
Sono passati più di quattro anni da quel 14 aprile, giorno in cui Vittorio veniva rapito (e in seguito ucciso) da un gruppo di jihadisti salafiti all’uscita di una palestra che era solito frequentare a Gaza City. Ed è proprio da quell’infame imboscata che Stefano Piccoli ha deciso di partire con il suo racconto disegnato. Uno scorrere velocissimo, riflesso negli occhi impauriti di Vittorio, dei viaggi e delle tante missioni umanitarie (sempre in aiuto dei più deboli) che avevano fatto della sua vita un’esperienza “radicale e totalizzante”. Dall’operazione Mato Grosso in Perù, nel lontano 1995, passando per la Croazia, l’Ucraina, il Ghana, la Tanzania, la Repubblica Ceca, la Russia e l’Estonia. Fino alla Palestina, punto di arrivo del tortuoso, ma consapevole, percorso intrapreso da Vik. Una terra (e una causa) che lo richiamava a sé, come una madre fa con un figlio.

La graphic novel di Piccoli, che è al tempo stesso testimonianza, omaggio e ricordo, ripercorre così i momenti più significativi della lunga parentesi palestinese di Vittorio. L’arrivo nel 2002, durante gli anni della Seconda Intifada, e l’impegno iniziale come volontario in un campo giochi per bambini arabi. Le violenze subite sulla propria pelle nel 2005, quando restò vittima di un violento pestaggio da parte di militari israeliani al varco del Ponte di Allenby. La scoperta di essere finito in una “lista nera” predisposta dal governo di Ariel Sharon. Il successivo arresto che ne determinò processo e conseguente espulsione. Il ritorno a bordo della nave Dignity nel 2008, una volta ottenuti passaporto e cittadinanza onoraria palestinese. E poi ancora i durissimi giorni dell’operazione Piombo Fuso. I bombardamenti sommari su ospedali, scuole e interi quartieri popolati da civili innocenti. Il conto delle vittime, dei feriti. Le macerie e la polvere dalle quali Vittorio mai, fino all’ultimo dei suoi giorni, pensò di scappare.

Un racconto che si lascia guidare dalle riflessioni idealiste tratte dal diario online di Arrigoni e dai suoi preziosi reportage per Il Manifesto nelle settimane della sopracitata operazione Piombo Fuso. Ma anche da una meticolosa narrazione di fatti storici, e qui il merito è da attribuire per intero al lavoro di ricerca svolto da Stefano Piccoli (che per l’occasione ha attinto dal tipico stile del graphic journalism, vedi il Joe Sacco di Palestina), che ha come fine ultimo quello di ricordarci, ancora una volta, di “restare umani, anche quando intorno a noi, l’umanità sembra essersi persa”.