E’ un attore controcorrente, che non si definirebbe mai una star e che predilige il cinema civile e d’impegno sociale a basso budget. Vincent Lindon, classe 1959 e una carriera che lo ha reso un punto di riferimento del cinema francese, è tornato sul grande schermo con “La legge del mercato” di Stephane Brizé, che gli è valso la Palma d’oro come miglior attore all’ultimo Festival di Cannes, dove l’abbiamo visto inaspettatamente commuoversi.

I motivi, rivela, sono tre: “E’ il premio a cui tutti aspirano come attore; prima d’allora non avevo mai vinto un premio, pur avendo il maggior numero di candidature come attore francese ai César; alla mia età era un premio che non mi aspettavo neanche più”. Nel film Lindon interpreta Thierry, un uomo di 51 anni che, dopo 20 mesi di disoccupazione, ottiene un lavoro che lo pone di fronte a un dilemma morale: controllare eventuali furti in un grande magazzino e spiare i colleghi.

La Legge del mercato è un film universale…
E’ una cosa ovviamente positiva per noi che abbiamo fatto il film ma un pessimo segno per il mondo: significa che questa crisi viene compresa ovunque e che ovunque i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.

Com’è entrato dentro questo brutale sistema della legge del mercato?
E’ stato difficile interpretare Thierry ma non calarmi nei suoi panni, perché è un personaggio comune, non un marziano. Siamo circondati da persone che perdono il lavoro o non riescono a sbarcare il lunario e io stesso ho tantissimi esempi del genere attorno a me. Tre di loro sono i miei migliori amici. Tuttavia non è solo un film su una persone che perde il lavoro e cerca di trovarne un altro, il messaggio del film è più grande: si può rimanere in piedi, continuare ad avere una dignità nonostante tutto. E’ un film che parla dell’importanza dell’amore e dell’amicizia. Se non hai un lavoro ma hai un affetto riesci comunque a cavartela.

Cosa l’ha colpita di più del suo personaggio?
Che anche se ha perso il lavoro non si lascia abbattere, non si autocommisera, è solido e aiuta la moglie il più possibile, con grandissima dignità. La sua rettitudine è ferma.

Ciò che accade a Thierry solleva una domanda nello spettatore: cosa farei io al posto suo? Lei se l’è posta?
Posso dire che farei esattamente come lui ma non posso spiegarmi meglio per non rivelare il finale.

E’ un film coerente con il tema affronta anche dal punto di vista produttivo…
Il regista è un amico, abbiamo già girato due film assieme. Avevamo voglia di realizzare un film che costasse poco e che rispecchiasse le persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Abbiamo deciso di corrispondere la paga minima sindacale a tutti. Abbiamo girato il film in 16 giorni. Il regista voleva lavorare solo con non professionisti convinto che solo loro avrebbero restituito la verità. Io mi sono dimenticato chi sono e mi sono messo alla loro altezza. La riuscita del film è dovuta al fatto che sia lo stile di vita del regista che il mio siano quelli di persone normali, senza predilezione per il lusso. Mangiando insieme nelle pause, abbiamo intessuto legami che hanno aiutato tutti ad essere autentici davanti alla telecamera. Per la promozione gli appuntamenti per le attività stampa sono stati fatti in piccoli bar e non in grandi e lussuosi hotel, perché altrimenti la gente direbbe: “è solo cinema, è finzione”.

Si augura che il film possa scuotere le coscienze?
Rispondo parafrasando mio padre ad una mia domanda: se questo film può cambiare una sola persona sul pianeta allora vale la pena sia stato fatto. Credo che il cinema, la musica, la letteratura, la cultura in generale, possano servire a cambiare e risvegliare coscienze, anche se magari le stesse coscienze si riaddormentano poco dopo. La tv in Francia, non so in Italia, spesso la sera presenta programmi di puro intrattenimento, contenitori idioti che alla fine rendono tutti più aggressivi o apatici l’indomani mattina. Un popolo può essere istruito. Appena 35 anni fa, in Francia c’era la pena di morte, ma oggi nessuno oserebbe dire che è a favore della pena di morte: le persone possono ancora educate alle cose belle, si possono cambiare, si possono far sviluppare gusti differenti. Se abituiamo i nostri figli a vedere le opere di Walsh, Lubitsch, Antonioni, Visconti o Renoir, allora non saranno più in grado di vedere quelle merde che gli si propongono in tv.

Lei da attore è più vicino alle persone comuni di quanto lo siano i politici?
Gli uomini politici non hanno contatto con la realtà. Il ministro del Lavoro in Francia, ma credo anche in Italia, non sa davvero come funzionano le cose in ufficio; così come il ministro dei Trasporti non sa cosa significa stare in metro ed essere schiacciati come sardine ogni mattina. Per questo penso che servirebbe un maggiore apporto della società civile alla politica. Io amo il mio mestiere perché entro in questi ambienti. Io sono Thierry. I baffi sono i miei, io sono stato in un ufficio di collocamento. Così come sono stato a Calais quando ho girato Welcome sulla tematica dell’immigrazione.

Il fatto di scegliere sempre film socialmente impegnati come ha influenzato la sua vita?
Il mio gusto e l’inconscio mi hanno fatto scegliere ruoli che mi hanno messo in contatto con la realtà e mi hanno imposto uno stile di vita che già prediligevo. Ho avuto conferma che a me non interessa vivere in modo lussuoso e questi ruoli mi hanno permesso d’incontrare persone meravigliose e trovarmi in situazioni che mi hanno arricchito.

Non la si vede molto spesso al cinema, come vive la sua vita da attore?
Non faccio un film dopo l’altro e non vivo in una torre d’avorio, mi piace incontrare le persone e conoscerle e trascorro molto del mio tempo per strada ad osservare gli altri: almeno tre volte alla settimana mi siedo in un bar con un bicchiere di vino e osservo le persone attorno a me. Non ho autista, non ho segretaria, faccio tutto da solo: vado al supermercato, cammino molto, frequento i locali con gli amici, prendo molti aperitivi e osservo la gente. La osservo da quarant’anni. Incontro persone come Thierry tutti i giorni, ce n’è dappertutto e da loro rubo delle immagini, lo faccio da sempre. Non sono il tipo che per preparare il ruolo pasa tre mesi in un supermercato per vedere come si comporta un tipo della sorveglianza. Non è il mio modo di lavorare.

E con i fan come si comporta?
Se mi fermano in strada per una foto dico che preferisco passare 15 minuti assieme. Le persone mi dicono: ‘Ma il ricordo?’ Io rispondo loro che rimarrà nella mente e nel cuore e non in un telefonino.