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Domani è previsto un nuovo voto sulla Consulta per arrivare all’elezione dei tre giudici mancanti. Probabilmente ci sarà una nuova “fumata nera”, che si aggiungerà ai fallimenti dei mesi precedenti. La cosa sta ormai assumendo aspetti tragicomici, e – nonostante il disinteresse della stampa nostrana – ha ormai attirato l’attenzione delle cronache internazionali. Come ha scritto di recente Gerhard Mumelter, «dopo diciassette mesi hanno perso il conto. Per alcuni giornali l’ennesimo tentativo fallito di eleggere tre giudici costituzionali era il ventiseiesimo, per altri il ventisettesimo. Poco importa. È uno scandalo politico che all’opinione pubblica interessa poco».

La Corte, al momento, funziona ancora: 12 componenti sui 15 previsti dalla Costituzione sono sufficienti per assicurarne l’operatività, essendo sufficiente, per la validità delle sedute, il numero legale minimo di 11 giudici. E certamente i pericolosi ritardi nell’elezione dei giudici non sono una novità: ancora di recente, Giuseppe Frigo è stato eletto al 22° scrutinio, la Silvana Sciarra al 20°. Ma, vista la non giovanissima età media dei suoi componenti, non è inverosimile che un paio di raffreddori invernali potrebbero bastare a bloccare il funzionamento del “custode” della legalità costituzionale.

Considerato l’alto quorum richiesto (i membri nominati dal Parlamento sono, infatti, eletti da quest’ultimo in seduta comune delle due Camere, a scrutinio segreto e con la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, nei primi tre scrutini, e dei tre quinti dei componenti dal quarto scrutinio in poi), Matteo Renzi non ha i numeri per farcela da solo. Ma sa di dovere insistere: la Corte è ormai un potere troppo delicato e pericoloso, ha bloccato in passato il Porcellum e potrebbe bloccare in futuro l’Italicum, pertanto Renzi ha bisogno di assicurarsene il controllo. Per questo è stato fatto il nome di Augusto Barbera, portato avanti dal Pd: sostenitore della prima ora dell’Italicum – già nell’aprile scorso ne aveva pubblicamente preso le difese –, ne ha suggerito l’adozione “senza correzioni” ed ha tacciato la minoranza Pd come “poco decorosa”.

Renzi ha però bisogno di un accordo politico che consenta di scambiare il voto a Barbera con l’appoggio dato dal Pd ai candidati di altri partiti. Le recenti trattative portate avanti con Forza Italia sono però fallite. Per questo è entrato, ora, nel gioco, il Movimento 5 Stelle, il quale ha proposto un proprio nome, quello di Franco Modugno. Questa proposta è avvenuta con un metodo non conforme ai criteri originari del Movimento, e cioè senza passare attraverso una votazione online. Ormai la rete funziona soltanto come mero strumento di ratifica di scelte fatte dai parlamentari. Ma su questo non voglio insistere. Ora la speranza è che il Movimento rimanga fermo nella sua decisione. Anzi potrebbe persino avanzare altri due nomi al di fuori dei partiti, considerata la situazione di impasse istituzionale.

Certo, è possibile che Pd e Forza Italia ritrovino alla fine l’intesa. Ma è anche possibile che ciò non avvenga e che il M5S riesca davvero a paralizzare un Parlamento tenuto sinora in scacco dal Governo, costringendo in questo modo il Presidente della Repubblica ad intervenire. Dobbiamo ricordarci che, nel 1991, l’allora Presidente Cossiga, allorché il Parlamento si trovava in una situazione analoga a quella attuale, minacciò, con un messaggio alle Camere, di sciogliere il Parlamento, laddove non si fosse provveduto all’elezione dei giudici della Consulta mancanti: l’inerzia del Parlamento rischiava, infatti, di rendere impossibile il funzionamento di un organo costituzionale.

Se il M5S riuscisse ad impedire la tattica di “lottizzazione” di Renzi, ciò non sarebbe un successo limitato alla Corte Costituzionale, ma potrebbe portare a una crisi politica che richiederebbe lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni. La fine del governo Renzi può passare anche da qui.